Quanto forte deve urlare una voce per essere ascoltata?
Presentato in concorso all’82esima edizione del festival del cinema di Venezia, The voice of Hind Rajab è la realtà più cruda e semplice; la verità su ciò che ci circonda, di cui ci arrivano notizie sui giornali e in televisione. È uno sguardo interno, vivo e presente, che non lascia via di scampo.
In 90 minuti sono raccolte le chiamate di Hind Rajab, bambina palestinese di cinque anni che implora di essere salvata, chiusa in una macchina crivellata da proiettili, circondata dai cadaveri della sua famiglia. All’altro capo del telefono, i centralinisti del braccio palestinese della Mezzaluna Rossa operano strenuamente per trovare un passaggio sicuro, un corridoio umanitario attraverso il quale un’ambulanza abbia il permesso di raggiungerla senza trasformarsi in un bersaglio. In una ricerca asfissiante, fatta di lunghe attese e vaghe risposte, uno degli operatori pubblica una parte di una delle telefonate online, un megafono rivolto al mondo per portare quella piccola voce ad essere udita, condivisa e sostenuta.
Tra voci e proteste che troppo spesso rimangono oggi sulle piattaforme digitali, argomenti e lotte che animano un pomeriggio e vengono dimenticate nel tempo di uno “scroll”, Kawthar ibn Haniyya sente questa voce nel mare e agisce, utilizzando come amplificatore l’unico mezzo che conosce: il cinema. Davanti a un pubblico sempre più concentrato sulla perfezione tecnica ed estetica dei prodotti audiovisivi che guarda, presenta una realtà senza fronzoli o abbellimenti, senza ritoccare o migliorare l’audio delle conversazioni, mostrando un profondo rispetto per la realtà che vuole raccontare. Parla con la madre di Hind e con gli operatori della Mezzaluna Rossa, chiede il permesso e ascolta le testimonianze; nella ricostruzione cerca di mantenere quella stessa onestà negli attori, a cui fa sentire le intere telefonate solamente nel momento delle riprese, in teatro di posa.
E la voce di Hind Rajab riesce forse così a infrangere e superare il limite imposto dal paio di cuffie di un centralinista o dallo schermo di un piccolo telefono, nel tentativo disperato di farci alzare gli occhi e ricordarci che il genocidio di un popolo sta accadendo nella vita reale, che il mare su cui dovremmo concentrarci è quello che bagna le nostre spiagge e quelle di Gaza. Hind Rajab è una, ma la sua voce è quella di un popolo intero che chiede aiuto. È la voce di bambinə e anzianə, di ragazzə e adultə, di madri e di padri che, uno ad uno, stanno perdendo tutti i propri diritti.
Davanti a un simile urlo disperato, schiacciato su una poltrona di un cinema, sulle sedie scomode di un cineforum o sul divano di casa, lo spettatore è costretto finalmente ad ascoltare, senza avere la possibilità di mandare avanti o chiudere l’applicazione.
di Sara Di Nardo

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