L’importanza di raccontare – “Palestine 36” di Annemarie Jacir

Palestine 36 è il nuovo film di Annemarie Jacir, regista e sceneggiatrice palestinese. Anche quest’ultimo, come le sue opere precedenti, vedi Wajib, Quando ti ho visto e Il sale di questo mare, è candidato agli Oscar come miglior film internazionale dalla Palestina. 

Ambientato in Palestina nel 1936, Palestine 36 appartiene in toto al genere storico. Jacir tratteggia il passato della storia palestinese: l’inizio del conflitto, l’inizio dell’apartheid palestinese per mano del popolo di Israele, e lo fa attraverso la vita di Yusuf, un giovane lavoratore pendolare, che si sposta continuamente dal suo villaggio in campagna a Gerusalemme. Lo sbarco di numerosi ebrei da varie parti dell’Europa, a seguito delle leggi antisemite, è silente, ma movimentato. Jacir decide di raccontare così la Grande Rivolta Araba (1936-1939), uno dei momenti più critici nella storia della Palestina sotto il mandato britannico, ma anche un momento decisivo nel consolidamento dell’identità palestinese. Ciò che emerge dal racconto è l’evidente co-responsabilità nella privazione di terre e di diritti ai Palestinesi da parte degli israeliani e del governo britannico. 

Annemarie Jacir è conosciuta a livello internazionale per il suo impegno politico a favore della sua terra. Decisiva è stata infatti la fondazione di una casa di produzione e distribuzione come la Philistine Film, creata da lei stessa con l’intento di far conoscere la cinematografia palestinese e araba. Il suo precedente lavoro, Wajib, è stato il primo ad avere una regolare distribuzione nelle sale, ma che ne sarà di Palestine 36? La sua data di uscita in Italia coincide con la sua partecipazione alla Festa del Cinema di Roma, ma all’infuori di questa non vi è alcuna notizia in merito alla sua uscita nelle sale. Il film è stato presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival il 5 settembre, durante il quale la regista ha sottolineato l’importanza della sua diffusione. In un momento storico agghiacciante per il genocidio che sta avvenendo in Palestina per mano di Israele, é doveroso denunciare e far sentire la propria voce. Quest’anno è visibile una presa di posizione da parte della Festa del Cinema di Roma che ha incluso nella programmazione ben 3 film sulla Palestina: due di carattere finzionale – Palestine 36 e Once upon a time in Gaza di Tarzan e Arab Nasser, vincitore a Cannes nella categoria Un certain regard per miglior regia – e uno di tipo documentaristico – Put your soul on your hand and walk di Sepideh Farsi, ospitando le registe/i e parte dei cast.  Già nel 2022 la Festa del Cinema ha fatto concorrere nella categoria progressive un titolo come Alam, di Firas Khoury, regista palestinese, un film costretto per la sua storia ad essere girato altrove, in Tunisia. Un film che parla delle nuove generazioni, della lotta, nel particolar modo del punto di vista con cui si racconta la Storia. In una scuola superiore araba israeliana, i ragazzi palestinesi subiscono un’istruzione fortemente polarizzata. In Alam, Khoury mostra la potenza dei simboli, come la bandiera, da cui il titolo in arabo. Un giorno di “festa” come il giorno dell’Indipendenza di Israele, per i Palestinesi è un giorno di lutto, la Nakba. La storia è divisiva, complessa: non è unilaterale. La storia ha bisogno che tutti abbiano la possibilità di esprimere il proprio punto di vista. Film come Palestine 36, infatti, sono film necessari. Necessari a comprendere l’origine di un conflitto che è vittima di ingiustizie, nascoste o censurate. 

L’occupazione ebraica, priva di condivisione, di scambio, di unione, diviene ben presto una minaccia non solo alla sussistenza economica palestinese, incrementandone la disoccupazione araba nelle terre e nelle fabbriche, ma anche alla sovranità stessa. La rivolta che nasce è il frutto di una resistenza e resilienza al vano tentativo di spegnere un popolo e silenziarne la voce. Jacir racconta il legame viscerale che i Palestinesi hanno con la loro terra. Un legame indescrivibile e probabilmente incomprensibile al mondo occidentale. Una terra che, per loro, non è possibile incasellare e di cui è impensabile tracciarne i confini, privatizzarla, perché sangue e sudore dei propri avi. La proprietà di una terra è un concetto capitalista, legato al possedimento, ma per i palestinesi è declinabile nel sentimento inestirpabile dell’appartenenza. Qualcosa che ha a che fare con le radici, con l’intimo, con l’identità, qualcosa a cui non si può dare un nome o un proprietario, ma ti lega indissolubilmente alla terra. Con il ricorso a materiali d’archivio, Jacir mostra la potenza dell’unione e della lotta. Il personaggio di Yusuf è l’emblema del conflitto sull’intervento o l’ignavia nei confronti del proprio popolo. Del combattere o dell’astenersi. Della salvezza personale o il martirio. 

Il film mostra la violenza cieca e crudele che il popolo palestinese è costretto a subire, una violenza a cui, onestamente, siamo purtroppo assuefatti. Una violenza che non “sorprende” più, ma continua a disgustare. Il cinema è un’arma potente, capace di far risuonare il grido di aiuto di una bambina come Hind Rajab, nel film come The Voice of Hind Rajab e mettere sotto il riflettore vicende che alcuni vorrebbero solo silenziare, come quello che avviene in No other land, o altri film che denunciano l’occupazione israeliana. Quello che ci resta da film come questi è prendere posizione, opporci a questa violenza, alla sofferenza di cui sono vittime e il primo passo è farlo attraverso la conoscenza. Ecco perché film come questi sono i film di cui abbiamo bisogno. 

di Francesca Zarrella