A tre anni dall’uscita del secondo capitolo Avatar: The Way of Water e dopo ben sedici dal primissimo della saga, James Cameron torna con un’opera mastodontica dal minaccioso minutaggio di ben 197 minuti e che tira le fila di molti dei temi solo accennati nel corso degli anni. Con Avatar: Fire and Ash torniamo ancora una volta su Pandora, un pianeta ormai in preda alla colonizzazione e al militarismo della razza umana.
Dopo la morte del figlio Neteyam, la famiglia di Jake Sully, ancora ospite del clan Metkayina, deve convivere con il peso del lutto e con il senso di colpa che ne consegue. Come mostratoci dal regista attraverso la sporadica voce narrante affidata al figlio minore Lo’ak, questo fardello viene vestito con il dolore nel cuore dalla madre Neytiri che, dopo essersi mostrata abile e tenace guerriera nel corso della storia, ora viene nuovamente affidata al tragico senso di disperazione che avevamo visto nel primo capitolo dopo la morte del padre capotribù. Jake Sully, invece, temprato nell’animo dagli spettri dei marines, contempla il proprio lutto nel silenzio del lavoro solitario.
Il moto che, però, darà l’avvio a questo terzo capitolo viene affidato a Spider, figlio illegittimo dei Sully che, per via delle sue sembianze umane, deve costantemente fronteggiare il problema dell’incapacità di respirare l’aria di Pandora. Così, grazie alla visita nel villaggio dei Windtraders, clan nomade di Na’vi commercianti, Jake e Neytiri decidono di far partire Spider affinché venga scortato nella base degli umani. Dopo, però, una brusca rivolta dai parte dei figli, la famiglia decide di partire insieme a Spider sulle navi volanti dei Windtraders. La presenza di Jake a bordo delle navi come Toruk Makto viene immediatamente riconosciuta come schieramento di guerra dai Mangkwan (new entry da parte del regista nella lore di Pandora), un clan Na’vi di rivoltosi devoti al fuoco e guidati dalla strega Varang.
Il popolo della cenere, come viene chiamato più volte nel film, appare molto simile nelle sembianze alla tribù di Neytiri, pur mantenendo una differenza netta nell’indole e nella volontà. Questo popolo, a detta della spietata capitana (interpretata da Oona Chaplin), ha rotto ogni legame con Eywa dopo l’esplosione del vulcano che costeggiava la foresta in cui abitavano. Dopo numerose preghiere andate vane, Varang ha ceduto il proprio credo al fuoco e all’arte della distruzione, portando rovina e cenere in ogni angolo di Pandora e ad ogni clan o tribù che ancora celebra il nome della Madre.
La decisione da parte di Cameron nell’introdurre una nuova tribù vede le proprie radici nel primo capitolo della saga. Lo spettatore è da tempo abituato ad una Pandora selvaggia ma pur sempre benevola. Il personaggio di Varang, oltre a donare nuova linfa estetica al franchise e una nuova alleata al personaggio del colonnello, innesta nella mente di chi guarda una nuova convinzione: i Na’vi non sono tutti buoni. Una frase apparentemente sciocca, ma che Cameron non ha giustamente dato per scontata. La narrazione della storia dei Mangkwan può sembrare approssimativa per come raccontata, eppure, nella sua semplicità, risulta coerente. Una delle critiche mossa al film sta proprio nella caratterizzazione di questa tribù, scarna e poco approfondita. Questo piccolo popolo superstite dell’eruzione di un vulcano ha visto cancellata ogni sua tradizione, la sua storia e tutto ciò che ne rimaneva per via di un tradimento da parte della loro divinità. Eywa, in questo capitolo più che mai, viene mostrata come un’entità ancor più complessa di quanto potesse sembrare nei film precedenti. La sua volontà appare benevola, sì, ma pur sempre autoritaria e rispettata (è, inoltre, apprezzabile la citazione a 2001: Odissea nello Spazio, seppur non rifletta l’immaginario che si ha di quest’entità).
I due personaggi su cui, inoltre, si sofferma di più James Cameron sono due: Quaritch e Neytiri.
Nel primo caso, già in The Way of Water avevamo visto un grandissimo colpo di scena. Grazie all’impianto della memoria del colonnello nel suo nuovo avatar, Quaritch torna a vivere esclusivamente nelle sembianze del popolo di Pandora. Nell’arco dell’intera narrazione del secondo e di questo terzo capitolo, vediamo un cambiamento lento ma significativo nel personaggio. Da spietato conquistatore senza scrupoli, grazie al figlio Spider si accende finalmente un barlume di umanità nella sua corazza d’acciaio. Infatti, dopo esser stato salvato dal figlio alla fine del secondo capitolo, adesso vediamo Quaritch con occhi diversi, come Jake Sully stesso afferma. I continui scontri con il generale Ardmore sulle modalità della missione fanno sperare in un nuovo suo punto di vista. Mai, nel primo film, si sarebbe alleato con un membro di un clan di Pandora e, soprattutto, mai si sarebbe legato sessualmente ad una di loro. Il legame battagliero e fisicamente tossico con Varang appare straniante in un primo momento, ma dimostra come le parole di Sully stiano, pian piano, facendo breccia nel suo pensiero.
Con Fire and Ash, invece, Cameron riscopre finalmente il valore del personaggio di Neytiri (interpretata dalle neo vincitrice di un Academy Awards Zoe Saldana, divenuta, oltretutto, l’attrice più redditizia della storia del cinema). Dopo uno screentime decisamente ridotto nel capitolo precedente, e una caratterizzazione relegata al ruolo di compagna/moglie/aiutante, sempre messo sullo sfondo della scena, ora Neytiri torna ad esser protagonista. Numerose sono, infatti, le scene a lei dedicate, in cui riscopriamo un personaggio profondo, delle volte rinnovato, ma che sempre ritorna all’audace guerriera che avevamo scoperto nel primo film della saga. Inizialmente, Neytiri appariva restia all’introduzione di un umano nella sua tribù, eppure, l’imprevedibilità e differenza di Jake Sully hanno fatto sì che si potesse innamorare di qualcuno coraggioso e forte nello spirito come lei. Il “Ti vedo” pronunciatole nel primo capitolo donava forza al personaggio e al franchise intero, forza che, però, si è vista spegnere con The Way of Water. Le tematiche affrontate, ora, ad inizio film sono importantissime e rimandano ai dubbi che il personaggio nasconde in sé fin dagli albori della saga. La vergogna che Neytiri confessa al marito riguardo la parte umana della sua famiglia regala allo spettatore una scena di incredibile potenza e verità, in cui Cameron mette a nudo, una volta per tutte, l’ipocrisia dello spettatore e di noi tutti in generale.
Parlando concretamente, Fire and Ash non è il migliore della trilogia. Il suo ritmo serrato e delle volte frettoloso, seppur contrasti il lungo minutaggio del film, passa troppo velocemente da scena a scena, spezzando il ritmo e l’epicità della storia. Il finale, soprattutto, viene prepotentemente appiccicato alla conclusione della battaglia nella baia dei Metkayina, apparendo straniante e troncato. Cameron poteva sicuramente prendersi qualche minuto in più per concludere con più delicatezza. Ciò non toglie che la visione risulti piacevole, grandiosa ed esteticamente appagante. Il consiglio è, però, quello di vedere il film in un cinema che disponga delle tecnologie giuste per una proiezione simile, dall’audio al visivo, così da immergersi il più possibile all’interno della vita di Pandora.
Il titolo che Cameron dà al film, contrariamente a come molti spettatori si aspettavano, non deriva, nel profondo, dal popolo della cenere in sé. La cenere che vediamo comparire in scena è simbolo del lutto che il regista vuol raccontare con questo nuovo capitolo. Seppur la morte sia un personaggio costantemente presente nel franchise del regista, in questo capitolo ne racconta ogni derivazione e interpretazione. L’imponente critica mossa alla nostra quotidianità, in cui l’esser umano ha ormai dimenticato il proprio passato macchiato di sangue (e cenere), rende questo film una visione dolorosa e riflessiva. Il solo tocco di un fucile, come affermato da Ronal (Kate Winslet) in diverse scene, corrompe irrimediabilmente il cuore di un Na’vi. Jake Sully per primo viene mostrato come un personaggio estremamente negativo, sì devoto alla propria moglie e al popolo di Pandora, ma ormai completamente soggiogato dal credo militare. In pochi, come Neytiri, rimangono saldi alla propria origine e tradizione, scegliendo gli usi e i costumi sia nella vita che in battaglia.
Il fuoco. La cenere. Tutto è specchio del nostro oggi. L’uomo conquistatore. L’uomo predatore. L’uomo assassino. Non vi ricorda qualcosa? So solo che il cinema sta tentando in ogni modo di alzare la propria voce, anche attraverso blockbuster e casi mediatici come questo. Il problema è che non sempre viene colta.
di Gabriele Agostinoni
