Al suo quarto lungometraggio come regista, Oliver Laxe torna sulla scena passando prima per Cannes e poi per Hollywood. Pronto a conquistare i prossimi Academy Awards, Sirāt è il film designato per rappresentare la Spagna, nonché l’opera tra le più affascinanti che probabilmente vedremo in competizione.
Nata da un crogiuolo di esperienze e dalle origini natie del regista, Sirat si presenta come un unicum, una visione il cui intento è lo sconvolgere, il disturbare, ma anche l’interrogare il proprio spettatore, attraverso un viaggio tortuoso che esplora i mondi della fede e dell’aldilà.
Siamo nel profondo del Marocco meridionale, in un territorio arido, desertico, quasi senza speranza. Un padre (affidato a Sergi Lopéz, unico attore professionista nel cast) e un figlio si aggirano tra una folla di vagabondi in un caotico rave alla ricerca della figlia e sorella Mar (“mare” in spagnolo), scomparsa cinque mesi addietro proprio dopo un evento simile. La ricerca sofferente e speranzosa del protagonista Luis lo porta in un viaggio oltre ogni immaginazione, verso quella che, nella cultura islamica (Al-Sirāt), rappresenta la sottile linea che le anime devono attraversare nel Giorno del Giudizio per raggiungere il Paradiso. Un ponte, affilato come una lama, che si erge sull’Inferno e che pone i suoi viandanti in una condizione di miseria, la stessa che Foucault racconta nel suo scritto “Il grande internamento” e che, nel XVII secolo, veniva punita con il castigo e la reclusione. Il regista, riprendendo metaforicamente questo concetto, racconta tutta la sua storia ancor prima di dar il via alla narrazione (non a caso il titolo compare sullo schermo dopo ben 30 minuti dall’inizio della visione), conferendo a Sirat un’aura mistica e religiosa. Lo “sirat”, oltre che rappresentare il sottile ponte che conduce al Paradiso, simboleggia anche la retta via che solo chi è meritevole può percorrere.
In queste poche parole si fonda il pensiero attorno a questo film, al merito, alla predestinazione e, soprattutto, al cammino del credente. Non a caso il cammino di Luis e i suoi compagni di viaggio ricorda i passi nel vuoto de Indiana Jones e l’ultima crociata, mentre le due casse abbandonate come monoliti nel deserto fanno riecheggiare nell’aria il nome di Kubrick e il suo pensiero esistenziale. Perché Sirāt punta a questo, alla trance emotiva e spirituale dello spettatore, immerso in un soundscape da pelle d’oca che cerca di combattere la crudele realtà che colpisce, scena dopo scena, i suoi personaggi e chi siede in poltrona.
Oliver Laxe, conscio, infatti, della sua maestria estetica, apre il film nel migliore dei modi e si affida a pochi attori presi nella povera Spagna desertica (molte scene sono state girate lì). Un gruppo di uomini e donne sistemano delle casse una sopra all’altra nell’apertura del film, in questa location marziana. Da quel momento in poi, inizia la magia e il regista cede la parola alla crew. Laia Casanovas, sound designer, sound recordist e supervising sound editor, è tra le prime a comparire nei titoli di testa. La sua arte è lampante: ci rendiamo immediatamente conto di cosa andremo ad esperire per le successive due ore. La costante ricerca verso il dettaglio sonoro, dal rumore delle lamiere del camion in movimento alle molteplici voci della sabbia che si espande nel vento, rendono il film un’esperienza appagante e totalmente immersiva, elevata anche grazie alle musiche originali di Kangding Ray, le quali donano autenticità ad ogni scena e che consentono allo spettatore di sprofondare nei corpi dei suoi caratteristi, per sentirsi, più che mai, lì in scena con loro.
La fotografia di Mauro Herce ci ricorda infine la filmografia di George Miller, ai suoi colori caldi e saturati, al suo deserto rock. Le nuvole di sabbia che si innalzano al passaggio della carovana di macchine vuole avvicinarsi molto a Fury Road, ma mentre lì il deserto era solo sfondo di una battaglia meccanica tra due parti, qui diventa la principale arena di gioco, un inferno, arido, spettrale, pronto a giudicare chiunque ci si addentri. Non siamo nel deserto rosso dell’Australia e nemmeno nel New Mexico di Better Call Saul. Non vi sono oasi in vista o deus ex machina pronti a salvarci, qui vi è solo morte, solo un confine, un’unica strada, la filosofica sottile linea rossa che Terrence Malick metteva in scena nel ’98 per raccontare la brutalità della guerra. Anche Laxe ci inserisce in un contesto simile, in una nuova guerra mondiale che, però, pone sempre sullo sfondo, udita esclusivamente tramite le polverose frequenze radio delle vetture.
Tutto, dunque, per Laxe, parte da un bisogno: ritrovare una figlia ad ogni costo. Luis appare molto determinato in questo, anche se sa di star cercando l’acqua nel deserto, decide di intraprendere un viaggio folle e ad alto rischio di pericolo. Più volte viene messo in guardia dal gruppo di ragazzi con cui poi partirà, eppure la sua speranza è tanta e conta di ritrovare sua figlia in un mare di sabbia sconfinato, fatto di simbolismi e una narrazione scioccante che volte sembra quasi perder la rotta, quando in realtà sta seguendo un gioco ben preciso e disturbante.
Sirāt merita per questo di esser visto, di esser esperito. Vi entrerà sotto pelle, vi farà pensare per ore intere e, difficilmente, vi lascerà andare.
di Gabriele Agostinoni
