Entrare in sala per il ping pong e ritrovarsi a fare da spettatori a una lunga e adrenalinica corsa. Questo è quello che succede dopo aver pagato un biglietto per Marty Supreme, un film in cui tutto quello che viene messo in scena è o una fuga o un inseguimento, con il protagonista, Marty Mauser (Timothée Chalamet), che fa rimbalzare o viene rimbalzato negli eventi come una pallina da ping pong. Il film, diretto da Josh Safdie (già regista insieme al fratello di Diamanti Grezzi), si impegna in modo evidente a offrire un palcoscenico per far risaltare su tutto l’interpretazione di Timothée Chalamet.
Nell’intricata trama del film, i molteplici personaggi, eventi e colpi di scena avvengono in un susseguirsi vertiginoso e non fanno altro che interporsi tra il protagonista e il suo obiettivo.

Il film è ambientato nella New York degli anni ‘50, città frenetica che ospita l’altrettanto caotica personalità di Marty Mauser, un giovane che a ventitré anni è arrivato a perfezionare il suo talento nel tennistavolo al punto da voler inseguire e portare a casa il titolo di campione mondiale. Il film, infatti, si apre con Marty che lavora al negozio di scarpe di suo nonno per racimolare i soldi necessari per andare al British Open, competizione in cui potrà dimostrare in diretta la sua superiorità. Arrivato a Londra, subisce la sua prima sconfitta in finale contro Koto Endo, campione giapponese che dovrà affrontare nel successivo torneo mondiale di Tokyo. La storia, dopo questo momento, smette del tutto di parlare di sport. Marty, infatti, per riscattarsi, va alla ricerca della (grande) somma di denaro per riuscire ad arrivare a Tokyo in aereo.
Questa corsa, in cui molti personaggi ed eventi diversi fanno da ostacolo, rivela la personalità del protagonista; sfacciato e tracotante, di fronte alle difficoltà non si fa scrupoli a ingannare, fuggire di nascosto e truffare per poter andare avanti. La sicurezza che ostenta convince tutti a dargli fiducia, qualità che sfrutta per cercare sempre la soluzione più facile e veloce.
In Marty Supreme, lo spettatore non vede altro che Marty Mauser: protagonista assoluto della storia e della maggior parte delle inquadrature, viene incorniciato dal regista in piani particolarmente stretti, tanto che la figura minuta di Chalamet riempie comunque l’enorme schermo del cinema. In questo modo il film mostra di dettaglio in dettaglio la storia come un tunnel in cui il personaggio si infila nelle sue mille strettoie. Ogni situazione sembra obbligarlo a muoversi in un modo assolutamente egoista per tirarsi, ogni volta, fuori dai guai. Ciononostante Josh Safdie non offre alcun giudizio sui comportamenti del ragazzo, eppure, in più di un’occasione, le sue azioni portano a ulteriori complicazioni da evitare.
Marty Mauser di base vuole sfondare, diventare ricco e godersi la vita, essere il tycoon che il secondo dopoguerra statunitense sfornava in continuazione; Il suo bruciante desiderio di vincere (e di farlo in fretta) viene giustificato agli altri personaggi con il grosso montepremi in palio, ma in realtà la determinazione con cui Marty insegue l’obiettivo non viene solo da quello; anche se non vengono mai fatti tentativi nel trovare la cause dei comportamenti di Marty (ogni analisi sulla psicologia del personaggio viene lasciata allo spettatore), si intuisce un desiderio di gloria e di rivalsa che nasce anche dalle sue origini ebraiche (quando Marty porta a casa un pezzo delle piramidi di Giza dice a sua madre “le abbiamo costruite noi” facendo riferimento alla schiavitù degli ebrei in Egitto).
Il background comunitario della sua famiglia (ossia quello della comunità ebraica newyorkese del dopoguerra) si contrappone con quello di Milton Rockwell (Kevin O’Leary), imprenditore a capo di un grande marchio di penne che si muove nel panorama internazionale della grande aristocrazia capitalista. L’ambiente in cui sguazza il personaggio ammalia anche il nostro protagonista, che, però, si vede respinto, mentre il richiamo al suo contesto sociale di partenza primeggia tra i due. Il simbolismo retto da Josh Safdie nei riguardi di ciò si esprime con i rapporti sessuali tra Marty e due donne: da un lato la sua amica d’infanzia Rachel Mizler (Odessa A’zion), una donna sposata con un uomo irascibile, incinta, a cui Marty è affezionato ma dalla quale si vuole liberare; dall’altra Key Stone (Gwyneth Paltrow), ex-attrice del grande cinema e moglie dello stesso Rockwell, che riesce a vedere Marty per quello che è, ossia un ragazzino testardo che la prova a sfruttare per i suoi obiettivi.

Marty Supreme è un film estremamente godibile se si segue con dovuta attenzione la lunga serie di problemi che incontra Mauser, ma oltre al frenetico spettacolo visivo e all’interpretazione degli attori non offre poi grandi ragionamenti; il protagonista non muta e i personaggi secondari, per quanto interessanti a prima vista, non vengono esplorati. Ma dopotutto lo scopo della pellicola è chiaro: offrire una grande interpretazione per Timothée Chalamet, che difatti è anche produttore dello stesso film: l’attore si muove con naturalezza nel personaggio che sembra fatto per lui e per la sua fisicità asciutta, il sorriso beffardo e lo sguardo intelligente. Le tematiche che ciascuno spettatore può riscontrare nella pellicola fanno solo da sfondo al personaggio e al suo interprete che risaltano sulla storia come la pallina da ping pong arancione su una maglietta bianca.
La trama degli eventi, molto complicata e ripetitiva nella parte centrale, non ostacola in nessun modo la forza visiva del film, la sua regia e le sue ambientazioni. Tra New York e il resto del mondo, questi luoghi non solo vengono mostrati, ma vissuti a pieno dal protagonista. Il lavoro del regista, inoltre, si fonda sulle interpretazioni degli attori, coadiuvate dai costumi di scena e dal trucco (impiegato molto sul volto di Chalamet per renderlo paradossalmente più brutto).
In fin dei conti, Marty Supreme riesce solo nell’intento di caratterizzare il suo personaggio principale, offrendo una visione adrenalinica ed emozionante del contesto in cui è inserito, senza, però, puntare su altro.
di Valerio Ciaccia
