Non tutti sono in grado di entrare in contatto con le persone; non tutti i registi riescono nell’intento di tirar fuori il meglio di un attore. Si contano sul palmo d’una mano, e Joachim Trier rientra in questa strettissima cerchia, in cui è possibile entrare solo dopo un certo numero di anni di carriera. E nonostante la sua giovane età in termini di lungometraggi, la sua bravura lo ha già fatto conoscere al grande pubblico e, soprattutto, a quello hollywoodiano. Ma Joachim Trier non è solo questo. Il suo cinema si è costruito negli anni da solo, frame dopo frame. Un cinema come una casa, una dimora da abitare, secondo i suoi spazi, i suoi tempi e i suoi oggetti. Sentimental Value rientra nella grande costruzione trieriana, ora consacrata e immortalata nell’olimpo del cinema nordeuropeo.
Come per The Worst Person In The World, Trier ci affida ad una calda voce narrante, in questo caso quella dell’attrice norvegese Bente Børsum che, accompagnandoci come mano nella mano, ci spalanca le porte di questa antica casa, una villa in legno, dipinta di un meraviglioso rosso ruggine.
Nei primi minuti del film scopriamo la sua storia, i suoi interni, le sue sensazioni, le sue crepe. Trier ci parla di lei come di un essere terzo, in grado di percepire emozioni, di sentire il solletico sulle sue assi o il dolore provocato da un bicchiere in vetro che cade sul pavimento. Poi vediamo due bambine che scorrazzano al suo interno. Sono Nora e Agnes. I loro momenti di gioco sono custoditi e protetti dalle braccia avvolgenti di questa casa, mentre il rumore e le urla dei genitori scuotono le sue membra fino ad un assordante silenzio, quello della partenza del padre dopo la fine del matrimonio.


Anni dopo, Nora è un’attrice di teatro che vive la sua vita tra momenti di down psicologico e sporadici sprazzi di felicità. Agnes, invece, è un’archivista, ha una famiglia, un marito e un bimbo di otto anni. Le loro vite sono estremamente diverse, nonostante il ricordo comune di un’infanzia difficile. La dipartita della loro madre ci è utile a conoscerle meglio, così come il loro anziano padre, regista di successo in cerca di un’attrice che possa ricoprire il ruolo della protagonista nel suo prossimo e, forse, ultimo film.
Renate Reinsve è Nora. Il suo personaggio ci ricorda a tratti la persona peggiore del mondo, quella del film precedente, eppure, in questo caso, il sentimento che ci pervade è uno solo: la tenerezza. Se prima la Reinsve divideva gli spettatori in chi detestava il suo arrogante egoismo e chi invece provava pena per il suo sentirsi sempre inadeguata, ora Trier ci mette in una condizione più comoda, ma allo stesso tempo sempre sul filo del rasoio. L’attrice, che qui si muove in questo ruolo con estrema naturalezza ed empatia, non sembra affatto recitare. La sua capacità è quella di apparire sempre vera, in comunione con gli altri membri del cast.
Primo tra tutti il veterano Stellan Skarsgård, qui nel ruolo della vita. Il regista ha raccontato le peripezie per ottenere l’attore svedese nel film. Così, dopo un volo per la Svezia ed un fugace caffè, l’attore si è finalmente visto convinto. La collaborazione tra i due segna, come in altri casi prima, il punto di svolta che Hollywood richiede ad ogni suo veterano attore ancora non insignito del più alto (in termini di popolarità) riconoscimento. Stellan Skarsgård è stato troppo a lungo sfruttato dal tritacarne statunitense, vedendolo apparire in alcuni dei maggiori franchise contemporanei, da Pirates of The Caribbean al recentissimo Dune. Il suo magnetismo, tipico, d’altronde, di tutta la famiglia Skarsgård, risiede nello sguardo, nelle espressioni del volto e in una capacità cinematografica improntata al camaleontismo. Forte di alcune similitudine con la sua vita privata, l’attore veste il vissuto di questo personaggio così perfettamente da apparire, anch’egli, profondamente veritiero. Dall’ascesa in terra natia fino a sotto le luci della ribalta di Hollywood, Skarsgård ha visto cucirsi addosso innumerevoli personaggi, innumerevoli storie. Eppure, solo con Trier arriva il ruolo che può farlo guardare indietro con una rinnovata proiezione al futuro.

Apostrofata dal regista Paul Thomas Anderson come “il vero miglior effetto speciale dell’anno”, il vero astro nascente dell’anno è Inga Ibsdotter Lilleaas. Attrice norvegese finalmente scoperta grazie a questa immensa interpretazione, il suo personaggio Agnes è una donna complessa, orgogliosa della propria vita privata, ma allo stesso tempo corrosa da un profondo senso di colpa e un terrore intrinseco che la porta all’apprensione e protezione verso il figlio e, soprattutto, verso la sorella maggiore Nora. Anch’ella caratterizzata da un profondo azzurro dato dal suo sguardo gelido, ogni scena in cui appare sullo schermo sembra respirare e infondersi di una sensibilità diversa. A lei sono, infatti, affidati alcune dei momenti più cruciali per il rapporto tra il padre Gustav e la sorella. La sua prova attoriale simboleggia come un personaggio secondario debba esser scritto ed interpretato. Un personaggio in grado di comunicare una storia lunga trent’anni in pochi sguardi e selezionate parole.
Diverso, ma altrettanto d’impatto è il personaggio interpretato da Elle Fanning, la riconosciuta giovane attrice statunitense Rachel Kemp a cui il regista Gustav Borg si affida per il ruolo da protagonista del suo film. Con il suo personaggio Trier esplora il complicato mondo della preproduzione cinematografica, fatto di incomprensioni, costretti compromessi e inadeguatezze artistiche. Netflix è la casa di produzione tirata in ballo e aspramente criticata dal regista e dallo stesso Skarsgård nel suo recente discorso alla vittoria del Golden Globe in cui afferma con convinzione che “il cinema va visto al cinema”. Una frase che colpisce come una bastonata anche senza aver espressamente menzionato la casa di produzione. Ma torniamo a Rachel Kamp. Candida e radiosa grazie al suo grazioso viso coronato da un biondo pallidissimo, accetta volentieri il ruolo offertole da Borg, eppure, nonostante la sua tenacia nell’interpretare la protagonista del film, qualcosa ci sembra sbagliato. La stessa prova attoriale della Fanning appare fuori posto, così come l’idea di un’attrice statunitense in una produzione indipendente norvegese. Questo personaggio è così ben realizzato da farci nuovamente dimenticare dove sia il confine tra realtà e finzione.


Il “sentimental value” che abita quest’esperienza traspare non solo dalla magnifica recitazione degli attori, ma anche dalla visione registica di Trier e, soprattutto, come prima accennato, dalla casa scelta per il film. Vecchia decenni e situati nel centro di Oslo, diversa da tutto ciò che le vive intorno, si erge questa costruzione che diviene oggetto e soggetto della narrazione. Come lo è un appartamento nel cinema di Almodómar o New York per Woody Allen, questa casa e tutto ciò che ospita al suo interno è metafora di una vita, di un sentimento che, come uno spirito, dimora in ogni suo angolo. Gli oggetti presenti creano e sono essi stessi storia; ne è d’esempio la stufa posta fra le due stanze in Sentimental Value, una porta posta al confine tra mondo privato e mondo familiare, come la porta rossa nell’ultimo film di Almodóvar The Room Next Door va a rappresentare la linea tra vita e morte. Se, però, nel film di Florian Zeller The Father, la casa serve a disorientare lo spettatore e ad essere suo principale antagonista, con Trier essa rappresenta un ricordo, un trauma, ma anche l’appiglio a cui aggrapparsi.
In una scena del film, Gustav regala al nipotino dei film in dvd per il suo compleanno. Oltre il fatto che stiamo parlando di un’incredibile filmografia che va da The Piano Teacher di Michael Haneke a Irreversible di Gaspar Noé, ciò che Trier mette in mostra attraverso questa fugace scena, eco del messaggio generale dato dal finale del film, è il potere del cinema o dell’arte nella sua interezza di insegnare e curare l’animo umano. Nei suoi numerosi rimandi cinematografici disseminati nel film, primo tra tutti l’omaggio a Persona di Bergman o alla sua intera narrazione simile a Il Posto delle Fragole, il regista mette in chiaro il suo intento di omaggiare e sposare la produzione artistica. L’arte in Sentimental Value diviene luogo di ritrovo tra due persone, in questo caso tra un padre e una figlia, il cui legame sembra scisso da tempo. Un’arte, però, anche in grado d’esser fredda o distante come mostrato dall’algida fotografia messa in scena da Kasper Tuxen nel film.
La filmografia di Joachim Trier dimostra ancora una volta la sua capacità di scomporre e subito dopo di ricomporre un’immagine, un pensiero o una sensazione, così come Sentimental Value riesce nel suo distruggere una vita per poi ricostruirla pezzo dopo pezzo.
Grazie alle sue nove candidature alla 98esima edizione degli Academy Awards, il cinema di Trier si conferma essere lo sguardo analitico per eccellenza del presente, superando di gran lunga le piatte narrazioni statunitensi e andandosi a piantare nell’immaginario cinematografico contemporaneo al fianco di altri grandi film della produzione nordica.
Di certo, un cinema in cui abitare.
di Gabriele Agostinoni
