Un maggiolino giallo, un cadavere tra la polvere e il terriccio e lo sguardo di Kleber Mendonça Filho sui dettagli più improbabili di una storia mai così politica e attuale. Un piede che spinge sulla frizione, una mano posata sul cambio delle marce. Sequenze di immagini di repertorio di vecchi show televisivi. Musica da festa. Un’apertura polverosa e sanguinaria quella che, già nei primi momenti affidata al sottile confine tra etica e omertà, ci apre ad un racconto incastrato tra memoria, ricordi e politica.
Siamo nel 1977, in Brasile, durante la dittatura militare. Marcelo, uomo sotto copertura, sta fuggendo a Recife a bordo di un insolito maggiolino giallo, alla ricerca della libertà e del ricongiungimento con il proprio figlio.
Con i suoi 160 minuti di scena, il regista Kleber Mendonça Filho affida a Wagner Moura (già affacciato al mercato statunitense con i successi di Narcos e del recente Civil War) un personaggio misterioso, complesso, caratterizzato dal suo magnetismo scenico e dal peso della menzogna. Marcelo si aggira nel corso del film tra scene carnevalesche e improbabili situazioni criminali in cui non è più assurdo trovare una gamba in putrefazione incastrata tra i denti di uno squalo o faccia a faccia con il proprio sicario.

Candidato a quattro Academy Awards quest’anno, The Secret Agent vede il suo successo nelle proprie radici culturali e nel grandioso riscontro del collega e predecessore I’m Still Here, vincitore del premio al miglior film internazionale nell’edizione passata. Nonostante l’imponente presenza di Emilia Pérez nella rosa dei nominati agli Oscar 2025, il candidato brasiliano è riuscito a farsi valere soprattutto per il potere mediatico esercitato dal suo fedele popolo nel corso dei mesi. La cosiddetta “shit storm” che come una valanga ha sommerso il film di Jacques Audiard è dovuta alla rappresentazione culturale che questo ricrea nel suo prodotto. Ambientato a Città del Messico e posseduto dal fantasma costante della malavita, Emilia Pérez mette in mostra il peggio della civiltà sudamericana, il marciume e la corruzione più profonda del sistema capitalistico, un sistema in cui chi è più potente regna e vince, punto.
Ma perché stiamo partendo da così lontano? Quello che oggi ci interessa non è solo parlare di un grande film, ma e soprattutto del potere mediatico che la rappresentazione culturale al giorno d’oggi può causare nel mercato cinematografico. Negli ultimi anni il cinema extra statunitense sta sempre più colonizzando i pensieri delle persone, rimanendo sempre più aggrappato alle bocche dei fruitori di cinema. Se questo fino a qualche anno veniva considerato come un prodotto esclusivamente relegato al circuito festivaliero, adesso sta aprendo i suoi orizzonti anche al panorama mainstream, in cui anche un film volutamente non doppiato e di una lunghezza non convenzionale arriva fino al piccolo cinema di quartiere o addirittura a vincere qualche premio importante.

The Secret Agent nasce grazie al cambiamento del panorama cinematografico, grazie alla vittoria di I’m Still Here, grazie all’enorme successo di Parasite ormai ben sei anni fa, ma anche (e purtroppo) all’attuale situazione geopolitica. Come moltissimi altri lungometraggi visti quest’anno, The Secret Agent vive di politica, parla di censura, di dittatura e del terribile disastro che essa arreca ad ogni persona, ad ogni famiglia. Durante la visione, infatti, ci rendiamo conto che le linee temporali messe in mostra dal regista sono molteplici. Solamente a film inoltrato, però, ci rendiamo conto di cosa stiamo guardando e del perché. La seconda linea temporale affidata alla studentessa Flavia (interpretata da Laura Lufési), vede questa ragazza, nel nostro contemporaneo, alla ricerca di informazioni su questo misterioso agente segreto a Recife negli anni ‘70 attraverso l’ascolto di alcune audiocassette. L’importanza della memoria, del ricordo e della ricerca viscerale di una risposta segna come un solco profondissimo il verso significato di The Secret Agent. Senza entrare nello spoiler, nel finale Wagner Moura torna sotto altre vesti, quelle di un medico. Il rivedere il suo volto, leggermente diverso da come vedevamo prima, dimostra la necessità del cinema di ritrovare e rievocare la memoria passata, smascherando il sistema malsano e corrotto che aleggia sulle nostre teste. Anche Walter Salles in I’m Still Here sfruttava il tema dei desaparecidos per riflettere sulla storia, sul passato e sui suoi superstiti. Perché è questo che siamo adesso, superstiti delle nostre stesse vita, dei nostri stessi governi.
Il Brasile messo in scena da Kleber Mendonça Filho è ricco di colori, di danze, di amore, ma è anche sporco di sangue, di terra. E’ un Brasile che dopo tutto rimane arrugginito per via della sua stessa storia, ma che fa del proprio passato, della propria ruggine, un ricordo da tener vivo per presente e il futuro.
di Gabriele Agostinoni
