La distruzione di un classico – “Cime Tempestose” di Emerald Fennell

Cime tempestose non è Cime tempestose. E questo, Emerald Fennell, l’ha messo subito in chiaro. Infatti, ciò che la regista vuole presentare al pubblico, non è altro che un’interpretazione intima, fuori dal tempo e chiaramente erotica del celebre romanzo inglese scritto da Emily Brontë. Non sono mancate le aspre critiche dei fan più accaniti di Catherine e Heathcliff, legate principalmente all’inaccuratezza e alle bizzarre scelte estetiche. È però necessario tenere a mente una cosa prima di entrare in sala: il film non punta a essere fedele al libro, bensì a restituire l’essenza di una passione bruciante, nucleo centrale di tutta la storia..

In un’atmosfera simil-ottocentesca incontriamo i protagonisti: Catherine Earnshaw, una bambina insopportabile e capricciosa e Heathcliff, un orfanello schivo e taciturno adottato da Mr. Earnshaw, il padre di Catherine, un uomo ormai annegato nel vizio. I due crescono giocando nelle brughiere inglesi e proteggendosi a vicenda dalle crudeltà di Mr. Earnshaw sviluppano crescendo una relazione simbiotica. Il tempo passa, ma a cambiare è solo l’età dei protagonisti che, sebbene siano evidentemente attratti l’uno dall’altra, mantengono gli stessi atteggiamenti fanciulleschi respingendo l’amore reciproco per paura o per vergogna. A cambiare le sorti dei due è l’arrivo di un nuovo ricco vicino, Edgar Linton, ben presto attirato da Catherine che, sia per le pressioni sociali che per un frivolo desiderio di lusso, deciderà di sposarlo, scatenando l’ira e la fuga di Heathcliff. Tornerà? Cambieranno le sorti della storia? Come ne influirà la vita matrimoniale di Catherine? Sono queste le domande attraverso cui si articola il film.

Tenendo presente che sarebbe superfluo e controproducente criticare determinate scelte di trama legate al libro, possiamo pur sempre affermare che Cime Tempestose è un film scritto con esasperata emotività e narrativamente fine a se stesso, alimentato da una tensione perenne che cerca, invano, di colmare le grosse lacune narrative. Purtroppo, a risentire di questi aspetti, sono le poche scene cariche di una tensione necessaria, che passano in secondo piano nel quadro generale del film. È evidente l’interesse della Fennell per il simbolismo e l’estetica, su cui si possono sicuramente avere dei pareri contrastanti; se da un lato l’utilizzo di continui simboli (per lo più riferiti alla sfera sessuale, fisica o legati alla morte) rende ancora più evidente l’obiettivo della regista, cioè la rappresentazione materiale del rapporto amore/morte e degli stati emotivi e fisici dei personaggi, dall’altro questa eccessiva smania di rappresentare una realtà “fuori dal mondo” rende la maggior parte dei simboli dei grandi cliché. Non è escluso che un film riesca a funzionare anche se prettamente legato all’uso di simboli, ma l’esasperato tentativo di rendere poesia ogni scena e caricarla di pathos ha generato esattamente il risultato opposto: le scene erotiche, così come i primi piani di elementi naturali (che durano sicuramente più del dovuto), non trasmettono nulla se non un lieve senso di imbarazzo e di attesa. A essere carente è anche la caratterizzazione dei personaggi e pensando alla grande importanza data dalla regista alla sfera emotiva pare un controsenso la mancanza di approfondimento della psiche umana: nessuno possiede un arco narrativo coerente e, in alcuni casi, addirittura esistente. Più che di personaggi, si può parlare di “tipi”, considerato che gran parte di questi può essere riassunto e definito anche da un solo aggettivo (es. vendicativo, indeciso, buono, …). A peggiorare la questione sono soprattutto le già citate lacune nella trama: le relazioni non sviluppate, le sottotrame aperte e mai richiuse e una generale insoddisfazione nei confronti dell’incompiutezza del film. Non si possono negare le capacità attoriali di Jacob Elordi e Margot Robbie, a cui però manca assolutamente una chimica necessaria alla riuscita del prodotto finale. È necessario menzionare, tuttavia, uno degli aspetti migliori del film: la scenografia e i costumi. Entrambe le cose, infatti, riescono a coniugare al meglio l’atmosfera cupa delle brughiere inglesi e l’esplosività emotiva che la Fennell cerca così tanto di raggiungere.

Quindi, Cime tempestose è un’interpretazione riuscita? A questa domanda non è possibile rispondere con certezza, considerato anche il fatto che, al di là delle mancanze nella trama e nella caratterizzazione dei personaggi, il film è un’interpretazione estremamente personale del libro e, in quanto tale, andrebbe visto più come un esperimento interpretativo che come un prodotto filmico fatto e finito, forma nel quale l’interpretazione pare perdere il suo effettivo valore.

di Clarissa Ciucci