Tiro alla fune – “If I Had Legs I’d Kick You” di Mary Bronstein

Se solo potessi ti prenderei a calci. La regista statunitense Mary Bronstein torna alla regia di un lungometraggio dopo diciassette anni e sfodera uno dei titoli più stravaganti della stagione. Con If I Had Legs I’d Kick You ripercorre il personale trauma familiare della malattia della figlia di 7 anni, affidando il ruolo da protagonista ad una riscoperta Rose Byrne che, finalmente, trova un ruolo in cui brillare.

Tra le proposte del best of 2025 nell’ultima edizione del Roma Film Fest, Mary Bronstein si racconta con coraggio come una regista amante del cinema indie, disposta a tutto pur di portare la sua idea di narrazione. Dalle sfumature sovrannaturali e fantascientifiche, il film si apre sul volto segnato dallo stress e dalla mancanza di sonno di Linda, psicologa di mezza età alle prese con una figlia affetta da una singolare patologia congenita. Dagli scontri con l’ex marito, il collega burbero ed una figlia petulante, Linda si destreggia con fatica nella vita quotidiana, cedendo, il più delle volte, agli impulsi dell’alcolismo e combattendo, qua e là, con misteriose entità paranormali o giganteschi crateri nel soffitto dell’appartamento.

La regista spinge la narrazione sempre più verso la sottile linee tra incredulità e ragione, in cui lo spettatore rimane costantemente sull’orlo del cambi di registra, in cui, da un apparente film su una tematica familiare, è pronto ad aspettarsi, in ogni momenti, l’apparizione degli extraterrestri. La singolarità dell’opera di Bronstein, come da lei stesso affermato in una nostra intervista durante la conferenza stampa a lei dedicata nei giorni di festival, vi è proprio nel suo scomporsi e ricomporsi in qualcosa di peculiare ed estremamente coraggioso, a partire dalle molte e indirette citazione cinematografiche. In primis, la città di Montauk che tanto ricorda quel capolavoro di Michael Gondry Eternal Sunshine of The Spotless Mind da cui la Bronstein riprende, non solo il nome, ma anche gran parte della struttura narrativa. La narrazione, infatti, grazie alla messa in scena claustrofobica e alienante, cerca di frammentarsi di volta in volta affinché lo spettatore si perda nella sua stranezza.

Lo spazio e il tempo in If I Had Legs I’d Kick You rasenta l’impianto mistico e fantascientifico tipico del cinema dei Daniels che, in Everything Everywhere All At once (guarda caso, un altro prodotto di punta del cinema indie della A24), giocano con i generi per stordire a tal punto chi guarda dal rimanerne semplicemente incantata. Mary Bronstein, conscia delle sue capacità registiche ed emulatorie, trasforma il suo film in un puzzle di generi sicuramente molto divisivo. Una delle scene che dà l’avvio al film affinché lo spettatore comprenda appieno il personaggio che ha davanti agli occhi, è il momento in cui il soffitto dell’appartamento di Linda si squarcia creando un’enorme voragine con il piano superiore. Il buco (“the hole”) aperto tra le travi di legno della casa diviene, fin da subito, la voragine nella vita della protagonista, intesa come una mancanza o privazione della propria integrità come madre e donna. Il mancato appagamento sessuale, l’alcolismo schierato come rifugio psicologico, la ricerca costante di una stabilizzazione mentale rendono Linda uno dei personaggio più drammatico e schizofrenici dell’anno, meravigliosamente interpretato da una Rose Byrne che, fresca della nomination ai prossimi Academy Awards 2026, finalmente torna in sala dimostrando tutta la sua bravura dopo anni ad esser stata la cavia da laboratorio di mancati blockbuster o squallidi film action.

Immagine tratta dal film If I Had Legs I’d Kick You

La nostra menzione alla cavia da laboratorio non è del tutto casuale. In una scena del film, la figlia di Linda insiste affinché le venga regalato un criceto. Così, dopo numerose lamentele, Linda cede. Esilarante è, però, la sequenza dell’incidente i macchina in cui, il povero topino, riuscito ad uscire dal trasportino in cui si trova, viene schiacciato da una macchina in corsa, con un sottofondo alquanto disturbante delle urla della bambina. Il roditore in questione viene sapientemente inserito nella sceneggiatura da Mary Bronstein come metafora della vita della protagonista a cui lo psicoterapeuta, nonché collega, racconta una storia affinché ella capisca la sua condizione di roditore sulla ruota che gira. La situazione del topo che continua a girare sulla ruota senza capacità di scendere, rimane l’immagine più chiara proposta dalla regista per cogliere a pieno il disagio e l’intrappolamento psicofisico vissuto durante la sua personale esperienza.

Ma non finisce qui. Mary Bronstein, nella sua cornucopia cinematografica, adotta una scelta stilistica singolare. La regista, infatti, sceglie di non mostrare il volto della bambina fino alla fine del film. L’attrice Delaney Linn, nonostante appaia in scena fin dal primo ciak, non viene mai mostrata in volto. Molte sono state le domande poste alla regista circa questa peculiare scelta. Guardando il film, però, si riesce facilmente a trovarne il significato. Il volto di Rose Byrne ci viene più volte mostrato in una cornice assai stretta, con gli occhi scavati, le rughe in vista e i capelli spettinati, eppure, la psiche di Linda ha bisogno, secondo Bronstein, di un’altra rappresentazione più metaforica. La costruzione scenica claustrofobica (come precedentemente detto) si mostra anche e soprattutto nel delicato rapporto con la figlia, segnato dall’altalenante rapporto di amore/odio che inevitabilmente porta una madre al senso di colpa. Il volto della bambina non ci viene mai mostrato, ma ne sentiamo la voce, i lamenti, le grida, le risate. Tutto serve a trasformare questa bambina nel villain e nella salvezza della protagonista.

Nella scena finale del film, in cui la regista cambia nuovamente registro, passando ad una messa in scena macabra e a tratti splatter, in cui il body horror subentra con forza per riempire sempre di più lo schermo (e qui il richiamo è The Substance è spettacolare), Rose Byrne lotta con tutte le sue forza per rimediare ai propri errori come madre e a salvare la figlia da una condizione che sta, lentamente, uccidendo entrambe. Una sequenza che, dal climax della fotografia rosso carminio e il gioco del “tiro alla fune” (capirete quando lo vedrete), affiora finalmente il tanto agognato senso di pace.

Il gioco del tiro alla fine che Mary Bronstein adotta durante tutta la visione, spingendo sempre di più verso l’orlo la capacità di controllo dello spettatore, rende If I Had Legs I’d Kick You una visione imperdibile se si vuol vivere un’esperienza cinematografica viscerale e, per che no, gioiosamente disturbante.

di Gabriele Agostinoni