La scuola come ultima trincea – “Mr. Nobody against Putin” di David Borenstein

C’è un momento, in Mr Nobody Against Putin di David Borenstein e Pavel “Pasha” Talankin, Oscar 2026 per il miglior documentario, e già questo basterebbe a insospettire chi diffida per istinto dei film che arrivano preceduti dalla loro stessa aura morale, in cui Putin, alla televisione, spiega che le guerre non si vincono con i soldati ma con gli insegnanti. È una frase che andrebbe incorniciata e appesa nei corridoi di ogni ministero dell’Istruzione d’Europa, non come minaccia, ma come promemoria. Perché è esattamente il contrario di quello che ci piace raccontarci nei convegni sulla scuola, dove l’insegnante è sempre “un ponte”, “un facilitatore”, “un mediatore culturale”, qualunque cosa tranne il soldato semantico di un regime. Eppure è così che funziona, e Talankin lo sa benissimo, visto che il suo mestiere, nella scuola elementare di Karabash (la città più inquinata del mondo, dettaglio che un romanziere non oserebbe), consiste nel filmare le lezioni patriottiche e caricarle su un database statale perché Mosca verifichi che la propaganda sia stata impartita secondo i protocolli. Un quality control del nazionalismo. 

Borenstein e Talankin, quest’ultimo, va detto, è al tempo stesso protagonista, co-regista e direttore della fotografia suo malgrado, hanno fatto una scelta di impianto che è anche la forza del film: niente grandangoli epici, niente voice-over cavernosi, niente mappe animate con le frecce rosse che invadono l’Ucraina. Il punto di vista è quello, deliberatamente minore, di un videomaker scolastico trentenne che si è trovato, da un giorno all’altro, a fare il documentarista involontario di una mutazione antropologica. La macchina da presa è la stessa con cui fino a ieri riprendeva le recite di fine anno; e proprio per questo, quando entra in classe Wagner a tenere la “lezione ospite”, l’effetto non è quello del reportage di guerra ma quello, molto più inquietante, del video della gita d’istruzione andato storto. 

Qui il film tocca il suo nervo vero. Mr Nobody Against Putin non è un film sulla Russia di Putin: è un film su come una scuola smette di essere una scuola. Sul passaggio, descritto in tempo reale e senza isteria, da un luogo dove si impara a un luogo dove si viene arruolati, prima simbolicamente, con le uniformi, gli inni, le ore di “conversazioni su cose importanti” (così si chiamano davvero, con quell’aggettivo totalitario che si appiccica a qualunque vuoto), e poi letteralmente, quando i diciottenni che Pasha ha visto crescere escono dal portone con la cartolina in tasca e rientrano, qualche mese dopo, dentro una bara. La sequenza delle feste d’addio è la cosa più dura del film proprio perché non è girata come una cosa dura: sono ragazzi che ballano, ragazze che piangono un po’, torte, palloncini. È il format della maturità applicato al fronte. E qui si capisce perché i critici anglosassoni hanno tirato fuori il paragone, apparentemente sbilenco, con School of Rock: la commedia scolastica è il genere che il regime ha cannibalizzato dall’interno, lasciandone intatta la grammatica e sostituendo il contenuto. Il contenitore sorride ancora. Dentro c’è l’arruolamento. 

Talankin, bisogna dirlo, non è l’eroe della resistenza che il circuito festivaliero avrebbe voluto. È un tipo un po’ svogliato, ironico, attaccato alle palazzine sovietiche della sua città perché ci è cresciuto, affezionato ai colleghi anche quando i colleghi diventano ingranaggi, incapace di quella postura da martire che sarebbe stata narrativamente più comoda. Ed è proprio questa mancanza di eroismo a rendere il film serio. Perché la domanda che il documentario pone, e qui Borenstein ha l’intelligenza di non rispondere al posto nostro, non è “come si diventa dissidenti”, che è la domanda rassicurante, quella a cui tutti vorremmo credere di saper rispondere. La domanda è: come si diventa complici? E la risposta, terribile nella sua banalità arendtiana, è: per piccoli passi, per stanchezza, per affetto ai luoghi, per buone intenzioni, perché i bambini hanno bisogno di continuità, perché bisogna pur lavorare, perché “qualcuno deve farlo e meglio noi di altri peggiori”. È il discorso che si sente in ogni regime, e che Borenstein, nel suo discorso di accettazione dell’Oscar, ha avuto il coraggio di estendere anche all’America di Trump, mandando in corto circuito la platea. “Si perde il proprio paese attraverso innumerevoli piccoli atti di complicità”: è la frase-chiave del film, ed è anche, la definizione più onesta di democrazia in negativo che si sia sentita ultimamente. 

Perché è qui che il film, uscito dalla sala, comincia a parlare di noi. La tentazione, per lo spettatore italiano, è quella di archiviare Mr Nobody Against Putin come un documento sul Male Altrui, utile magari per una giornata della memoria futura, da proiettare nelle scuole medie accanto a La vita è bella. Sarebbe il peggior uso possibile. Il film non funziona come specchio del nemico: funziona come radiografia di un meccanismo, e il meccanismo è trasportabile. Quello che vediamo a Karabash non è un esotismo della tirannia ma una procedura amministrativa. Circolari, format, verbali, valutazioni. La propaganda, nel Ventunesimo secolo, non arriva più con le bandiere rosse e i cori sovietici: arriva con un PDF allegato in posta elettronica e una scadenza per la rendicontazione.

E allora la riflessione più urgente che Mr Nobody Against Putin ci impone riguarda una cosa che in Italia diamo troppo volentieri per scontata: che la scuola sia, per sua natura, un luogo di cultura. Non lo è. Non lo è mai stata per dotazione automatica. La scuola diventa luogo di cultura solo se qualcuno, ogni giorno, la difende da tutte le cose che vorrebbero trasformarla in qualcos’altro, un’agenzia di collocamento, un presidio sanitario, un centro di addestramento al patriottismo, un laboratorio di competenze misurabili, un’estensione del ministero di turno. Le minacce cambiano, la posta in gioco no. E la difesa, come mostra Talankin, non la fanno quasi mai i grandi gesti: la fanno i piccoli rifiuti quotidiani, i poster della democrazia appesi di straforo nell’ufficio del videomaker, le porte che restano aperte per gli studenti che non si adattano, le lezioni in cui per un’ora si parla di cinema invece che di “cose importanti”. Sono gesti ridicolmente sproporzionati alla macchina che hanno di fronte, e proprio per questo sono gli unici che contano. 

La democrazia, Mr Nobody Against Putin lo dice senza mai pronunciare la parola a voce alta, non si difende nei parlamenti: si difende nelle aule. Non perché la scuola “forma i cittadini di domani”, è una frase da assessore, e in bocca a un assessore di qualunque colore fa lo stesso effetto di “conversazioni su cose importanti”, ma perché è lì che si decide se una generazione imparerà a distinguere una domanda da uno slogan. Tutto il resto viene dopo, e viene male se questa cosa qui non viene prima. Il film di Borenstein e Talankin è prezioso perché ce lo ricorda senza retorica, con una leggerezza quasi beffarda, e con un protagonista che non pretende di salvare nessuno, nemmeno sé stesso, alla fine, se non fuggendo. È cinema civile fatto con l’allergia al cinema civile: la versione migliore, cioè l’unica sopportabile. 

Usciti dalla sala, resta una sola domanda, e riguarda chi in una scuola ci lavora davvero. Non “cosa faresti tu al posto di Pasha”, è la domanda sbagliata, la domanda da talk show. La domanda giusta è: quali sono, oggi, i piccoli atti di complicità che hai smesso di notare? Perché è da lì che si comincia a perdere il proprio paese. E, se la frase sembra esagerata, tanto meglio: vuol dire che il film ha funzionato. 

di Flavio Del Gracco