L’ultima opera di Davide Minnella, Fuori la verità, esce in un anno in cui l’analisi critica dei media e del loro ruolo nella società è stata protagonista assoluta delle pellicole cinematografiche. Da Dead man’s wire a Eddington, si è tentato di studiare il rapporto che instaurano con l’essere umano e l’influenza che vi giocano in modi, forme e nazioni differenti.
Davide Minnella, forte di anni di esperienza come regista televisivo, da Il Grande Fratello VIP ad Affari tuoi, crea un nuovo fittizio show televisivo e ci inserisce i protagonisti della sua storia, trasformando la prima puntata di un programma ancora inesistente in un racconto scritto a tavolino. E la pellicola stessa, in realtà, ci suggerisce che questa pratica di scrittura premeditata sia ben diffusa anche nelle trasmissioni esistenti.
Un padre, una madre e i tre figli scelgono di partecipare a scatola chiusa a un nuovo game show televisivo che promette, in cambio di onestà, una ricompensa di un milione di euro. Seduta davanti a una macchina in grado di individuare le menzogne, la famiglia deve misurare ogni risposta e decidere cosa è disposta a rivelare per non essere mandata dritta a casa a mani vuote. La premessa è interessante e l’illusione e la speranza, prima della visione, è per un emissario del palinsesto, che dall’interno ci riveli i macabri segreti della nostra televisione generalista.
Il regista conosce bene i meccanismi che attraggono il pubblico, li ha studiati per gran parte della sua carriera, e sfrutta il nostro desiderio umano di sapere di più, di vedere i “cattivi” in rovina e i “buoni” avere la loro rivalsa; è ben consapevole che non ci faremo problemi a provare un subdolo godimento quando qualche segreto verrà alla luce, potendoci giustificare perché “la storia è inventata e i personaggi non esistono”.
Anche perché risulta, in realtà, poco credibile che in una famiglia vi siano così tanti segreti, o quantomeno che tale famiglia scelga di partecipare a un programma fondato su un presupposto estremamente semplice: tali segreti, andando avanti, verranno svelati. Accettare che i protagonisti della storia siano un po’ stupidi e spesso cattivi, sotto la facciata di gentilezza e unione familiare, è l’unico modo per sopportare il film.
Marina Roch, la conduttrice del programma, si rivela l’unico personaggio credibile e spicca per il carisma e una dualità estremamente umana. Complice una grande interpretazione di Claudia Pandolfi, funge da anchor woman non solo per i personaggi televisivi del programma, ma anche e soprattutto per i “secondi spettatori”, quelli del film. Ha un obiettivo chiaro e degli ostacoli precisi; le sue scelte non ci sembrano forzate o fuori dal personaggio e, quando sono egoistiche e a scapito di qualcun altro, non vengono mai giustificate o risolte brevemente, ma mantengono un loro peso. Cosa che, invece, sembra non accadere quando, in egual modo, scelte opportunistiche sono state compiute dai membri della famiglia, che si perdonano tutto senza conseguenze. Nonostante scusarsi è una toppa troppo piccola per alcune cattiverie e forse, di fronte a certe rivelazioni, the show must not go on.
La scrittura dell’opera risulta deludente, carica di scene dai dialoghi piatti e irrealistici, che ricordano le scene più banali di una fiction televisiva. I giovani non sono giovani quanto più un’idea stereotipata di come i giovani si comportino oggi, tra chi in discoteca legge un libro perché “è diversa” e chi ha come unica fonte di gioia il numero di followers sui social, collocando questo film tra i tanti che sembra vogliano parlare di qualcosa che fingono di non conoscere o su cui non hanno voglia di indagare. Ad appesantire la storia è la scelta di una narrazione con l’utilizzo di flashback, sparsi nel racconto, spiegazioni di eventi che talvolta anticipano e fanno intuire i segreti che saranno rivelati, facendo perdere lo stupore nel colpo di scena.
La premessa narrativa, che avrebbe potuto svilupparsi in riflessioni interessanti e critiche precise, risente di una scrittura a tratti svogliata e banale e quello che ne risulta è una volontà precisa: non quella, come può sembrare a primo impatto, di portare la televisione al cinema, quanto più di trasformare il cinema in televisione. Gli evidenti meccanismi televisivi nella costruzione della storia, i dialoghi leggeri e irrealistici, la fotografia a tratti patinata e i personaggi piatti creano un perfetto incrocio tra una fiction e un game show televisivo, incapace però di trasformarsi in cinema.
di Sara Di Nardo
