Bella donna e IA – “Pluribus” di Vince Gilligan

Il più grande regalo che una piattaforma streaming potesse farci è quello di anticipare l’uscita del finale di una delle serie che sarà, molto probabilmente, la rivelazione della serialità fantascientifica. Se prima il grande Vince Gilligan aveva deliziato il suo pubblico con quei due colossi chiamati Breaking Bad e Better Call Saul, ora esordisce per la prima volta con un prodotto fuori dal comune, ma riportando sulla sua nave alcune certezze che, nel tempo, hanno fatto innamorare i suoi fan: Albuquerque e Rhea Seehorn.

L’attrice statunitense, reduce dal complesso ruolo dell’avvocatessa Kim Wexler, torna sullo schermo casalingo con un’interpretazione al livello, vedendo, in pochissime settimane, già riconosciutole il plauso internazionale di critica e pubblico. D’altro canto, Vince Gilligan, come e soprattutto per l’ultima serie conclusasi nel 2022, ha sempre faticato ad accontentare un pubblico forse troppo ancorato all’immaginario pop lasciatogli da Breaking Bad, serie pluripremiata e universalmente riconosciuta tra le più grandi mai scritte nel contemporaneo, che ha, fin dall’inizio, amputato il merito a Better Call Saul, sempre vista sotto l’ombra della serie madre e mai compresa nel suo profondo. Arriviamo dunque al primo tentativo, da parte del regista e sceneggiatore, nel campo della fantascienza. Pluribus narra di un’invasione aliena sotto forma di virus che tramuta le persone in individui felici e pacifici tra loro, tutti collegati in un’unica mente alveare. La storia ha gli occhi di Carol Sturka (Rhea Seehorn), cinica scrittrice di romanzi fantasy tra le sole tredici persone immuni al contagio pronta a salvare il mondo.

Siamo nel New Mexico, ad Albuquerque, città molto cara al fidelizzato pubblico del regista. La macchina da presa si apre su un cielo notturno, pervaso da nubi. Un gruppo di astronomi scopre un segnale radio proveniente dallo spazio che, una volta decifrato, mostra una sequenza RNA. Questa, sviluppata e riprodotta in laboratorio su delle cavie animali dà vita ad un virus. Il curioso incipit di Pluribus appare in una versione grottesca e quasi comica, un qualcosa di molto distante dal cinema di Gilligan, ma ciò che invece rimane saldo alla sua mano registica è il profondo simbolismo presente. Se, infatti, Breaking Bad ne rappresentava l’inizio e Better Call Saul la sua proliferazione, Pluribus ne fa il suo fondamento.

Prima tra tutte la scelta del nome della propria protagonista, Carol, un nome già apparso nell’immaginario di Gilligan. In Breaking Bad, Carol è la vicina di casa della famiglia White, la stessa che nell’episodio “Blood Money”, mentre sistema le piante del vialetto, rimane in shock alla vista di Walter. Successivamente, si scoprirà esser stata lei ad informare la polizia del ritorno in città del criminale. In Better Call Saul, Carol Burnett è il nome dell’attrice che interpreta l’anziana signora Marion di cui Saul, nelle vesti del signore Tackavic, si approfitta, ma che poi scoprirà e denuncerà alle autorità. Un nome, a detta dello stesso regista, fondamentale per comprendere, più che come semplice easter egg, il decorso della sua serialità.

Carol Sturka appare come una donna forte, intraprendente, insomma, la perfetta eroina di cui l’umanità ha bisogno. Nel primo episodio “We Is Us” Carol indossa una giacca gialla. Questo dettaglio, a prima vista completamente ignorabile, consolida ancor di più il rapporto regista-costumista presente nella serialità di Gilligan. Come, infatti, si vede con il personaggio di Saul Goodman, il colore e il vestiario rappresentano il carattere e la storia del personaggio, partendo dal variopinto e caleidoscopico abbigliamento dell’avvocato al grigiore assoluto della triste vita di Tackavic. Il giallo, nell’universo di Breaking Bad ha da sempre rappresentato il pericolo e la contagiosità del male, che in Pluribus appare in contrasto con l’azzurro del cielo di cui parleremo a breve. Il giallo indossato da Carol incarna, inoltre, la rappresentazione dell’isolamento della protagonista, la sua frustrazione all’essere la sola speranza dell’umanità. Il peso della responsabilità grava sempre più sulle spalle della donna, fino ad un punto di (apparente) non ritorno negli ultimi episodi in cui, appunto, l’abbigliamento della donna e la palette mostrata in scena in sua presenza cambiano radicalmente. L’azzurro è il secondo colore da tener presente nella visione di Pluribus. Il nostro consiglio è proprio quello di notare fin dal primo episodio questa peculiare dicotomia. Molti episodi di questa prima stagione, infatti, si aprono sul cielo del giorno, dove l’azzurro occupa quasi tutto lo schermo. Lo stesso colore viene sfruttato da molte delle persone infette e, soprattutto, da Zosia (Karolina Wydra), colei che viene scelta dalla mente collettiva per stare al fianco di Carol per qualsiasi aiuto. Vediamo la donna spessissimo in abiti azzurri, maglioni, camicie, gonne, in rappresentanza della tristezza e depressione che la stessa mente vuole sradicare dalla Terra. Ma torniamo alla prima inquadratura della serie: il cielo notturno e nuvoloso. Da quando la mente ha preso possesso della Terra il cielo appare sempre sereno, in un limpido e uniforme azzurro, privo di nuvole. Solo quando Carol è in scena sullo sfondo appaiono delle nuvole.

Immagine tratta da “Got Milk” (S1E5) di Pluribus

Questo importantissimo fenomeno viene passivamente mostrato da Gilligan per settare lo sfondo narrativo della serie, in una danza costante di immagini eidetiche che il regista posiziona tramite l’uso di oggetti e colori lungo tutta la visione.

L’entità aliena, o mente collettiva, ci viene mostrata in diverse forme e dettagli. Come viene pian piano appreso da Carol, essa risulta come un’enciclopedia umana, capace di attingere dalla conoscenza di ogni individuo soggiogato. Ciò che Gilligan ci vuol dire è chiaro e si muove su una sottile linea tra pessimismo e speranza. La lotta all’intelligenza artificiale è stato uno dei temi più partecipativi del 2025 e, proprio per questo, è impossibile non farne un paragone. Il personaggio che più di tutti, più di Carol, ne incarna i valori è Manousos (Carlos Manuel Vesga), paraguaiano tra i tredici superstiti sulla Terra che, come mostrato nell’apertura del quarto episodio “Please, Carol”, non accetta alcun aiuto dalle altre persone, considerandoli non umani e giudicando le proprie azioni come un furto alle anime che prima abitavano quei corpi. L’assenza di anima è la principale critica che Gilligan rivolge all’entità, o meglio, all’intelligenza artificiale. Molti registi, infatti, tra cui Guillermo Del Toro si sono mossi in sfavore di essa, negandone aggressivamente l’uso e celebrando la manifatturiera dell’artigiano cinematografico. Manousos fa lo stesso, si allontana da ogni contatto non umano, costringendosi, piuttosto, a ingerire il cibo per cani rimasto in casa o a percorrere a piedi metà America pur di non accettare un passaggio dalla mente.

Immagine tratta da “Please, Carol” (S1E4) di Pluribus

Nonostante Pluribus sia una serie pervasa di elementi da considerare per comprenderne appieno il significato, un elemento fondamentale da considerare è presente nel settimo episodio dal titolo “The Gap”. Tra i migliori episodi della stagione, se non il migliore, “The Gap” affronta il tema della solitudine a cui Carol viene abbandonata e a cui, almeno per un momento, vuol abbandonarsi. È il primo momento in cui, da umana superstite, sfrutta le gentilezze datele dalla mente. La sequenza in cui ci viene mostrata la sua nuova condizione, ormai accettata, ricorda moltissimo l’inizio della seconda stagione di Better Call Saul, a cui questo episodio prende chiaramente spunto. In quell’inizio di stagione, Jimmy si rilassa in piscina, ormai convinto di non poter più ambire alla carriera sperata e sconfitto dalla smania di superiorità del fratello Chuck. Un’apparente condizione di felicità accomuna i due prodotti del regista. Entrambi i personaggi vengono inseriti nell’azzurro di una piscina, nello stesso colore che domina il cielo, lo stesso verso cui, in Pluribus, aver paura secondo Manousos. Ma non finisce qui, perché Carol sceglie di prendersi un’altra libertà. In visita nel museo d’arte di Albuquerque, decide di rubare un quadro e di portarlo in casa sua, scambiandolo con la replica che possedeva. il quadro in questione si intitola Bella Donna, dell’artista Georgia O’Keeffe, e rappresenta la chiave di lettura ultima legata al finale di stagione. Il fiore bella donna appare bianco, candido e delicato, eppur estremamente velenoso per l’uomo. Carol lo ruba perché ne è affascinata. È un collegamento con la sua vita ante virus, ma questa volta è più bello, ma inevitabilmente più tossico. Il fiore simboleggia la presenza di Zosia nella vita di Carol e, per estensione, la precaria condizione umana e la sua possibile estinzione, in paragone all’opera Geometric Abductions dell’artista Miles Toland presente in Better Call Saul.

Immagine tratta da “The Gap” (S1E7) di Pluribus

In conclusione, Pluribus è una serie tutta da scoprire, ricolma del simbolismo tipico del regista, non immediato, ma profondamente intrigante. Per questo, se preferite una serialità più dinamica e meno concettuale, forse non è una visione adatta a voi. Il mio più spassionato consiglio è quello di darle una possibilità, perché certamente ne sentiremo parlare, soprattutto in tempi bui come questi in cui stiamo perdendo la nostra identità e il reciproco senso di empatia. Dopotutto, Gilligan sta parlando a delle persone e ci sta mettendo in guardia affinché la bellissima e imperfetta pluralità che ci caratterizza non venga perduta.

di Gabriele Agostinoni