Dalle sue lontane origini dell’antico Egitto, fino all’adattamento del 1812 dei fratelli Grimm, la fiaba popolare di Cenerentola ha visto nel corso della storia numerose interpretazioni e rivisitazioni. Mai, però, il grande pubblico si sarebbe aspettato di vederne una versione in chiave body horror.
Tra le tante ispirazioni a cui si rifà la giovane regista norvegese Emilie Blichfeldt, The Ugly Stepsister vuol richiamare le due controparti della sua essenza: da un lato il cinema viscerale di David Cronenberg e, dall’altro, quello rosa e rock’n’roll di Sofia Coppola. Spostando questa volta l’attenzione sulla “sorellastra brutta” della dolce e delicata Cenerentola, la Blichfeldt saggiamente sceglie di unire queste due anime per dar vita ad un’opera postmoderna, citazionista e quanto possibile innovativa. Di certo non stiamo osservando un corredo originale, ma la sua natura non può che renderle onore. Il focus della storia appartiene ad Elvira, 18enne giovane signorina, figlia di una nobildonna in cerca di marito e di ricchezza. Dopo il matrimonio della madre, non serve molto per scoprire che l’uomo, in realtà, non ha un soldo. Dopo la sua prematura dipartita, la donna rimane a vivere nella sua dimora con Elvira, la sorella più piccola e la figlioccia acquisita, Agnes. I capelli dorati e i lineamenti delicati di quest’ultima ci comunicano istantaneamente chi ella vuol rappresentare. Affinché la famiglia possa risanarsi dai debiti e assicurare un dignitoso funerale al defunto padre della fanciulla, una delle ragazze ha l’urgente necessità di sposarsi. La notizia di un ballo istituito dal Principe dà il via alla storia e alla tortura per la giovane Elvira.
Sia Elvira che Cenerentola ci vengono mostrate in due interpretazioni altere rispetto a quanto si conosce. In questa macabra versione norvegese del racconto scopriamo la vera natura dietro un mondo di apparenze e infiocchetamenti, in un racconto che ricorda la mania di una madre già vista nel Bellissima di Visconti. Sarà proprio Elvira, infatti, a pagare le conseguenze di una società fondata sull’aspetto esteriore. Il tono orrifico si inserisce, dunque, a gamba tesa sullo schermo e irrompe ben presto con immagini disturbanti e scabrose. Il corpo sfruttato nel cinema di Cronenberg qui ritorna in una versione contaminata con il pop horror di Coralie Fargeat e il suo The Substance, mentre la messa in scena nei costumi e scenografie strizza l’occhio alla Marie Antoinette della Coppola. Su alcuni aspetti estetici e stilistici, però, la regista tende a volte a riproporre elementi già visti e assolutamente scontati. Per fare un esempio: l’uso della musica elettronica sulle angeliche scene di ballo è, come direbbe Miranda Priestley, “avanguardia pura”.
Scelte poco raffinate a parte, The Ugly Stepsister rimane, forse, il prodotto horror più autentico e audace dell’anno, decidendo di puntare su un classico amato, anzi amatissimo e molto conosciuto dal pubblico e storpiandolo completamente in onore del grande genere del body horror. E’, inoltre, un atto molto coraggioso il suo, poiché non è consuetudine vedere un personaggio come Cenerentola durante un esplicito atto sessuale. Vediamo, infatti, una peculiare interpretazione del body horror in ogni suo frame, per cui anche un pene eretto diviene un inquietante fonte di disgusto. Non mancano poi martellate sul setto nasale o ciglia finte cucite grossolanamente sulle palpebre, fino ad arrivare a scene particolarmente disgustose che quest’anno hanno trovato grande riscontro da parte di più registe (Mary Bronstein tenterà lo stesso con il suo If I Had Legs I’d Kick You).
Piccola pecca della pellicola, in maniera forse anche un po’ inaspettata, è stato l’adattamento dell’iconica scena della creazione del vestito di Agnes che, in preda allo sconforto dopo l’imposizione da parte della matrigna di non poter andare al ballo, siede con il volto appoggiato al corpo marcio e in putrefazione del padre, steso su un tavolo imbandito e sudicio. In questo frangente, le larve che poco prima si stavano cibando della carne morta del cadavere, ora si avvicinano sugli stracci strappati dell’iconico abito azzurro della futura principessa. Ciò che stona terribilmente nella scena, dopo una narrazione cruda e brutale, è l’elemento sovrannaturale presente grazie allo spirito della defunta madre della fanciulla. Questa scelta narrativa da parte della regista, seppur furba per avvicinarsi, quel minimo, all’affezione verso il famoso personaggio della fata turchina, appare un elemento estraneo al resto del film. Nonostante questo, fortunatamente, rimane un episodio isolato e che non intacca la grandiosità del resto.
Il risultato che porta sullo schermo Emilie Blichfeldt è, dunque, un omaggio al grande cinema horror di Cronenberg e non solo. Non mancano, sì, rimandi ai suoi Videodrome o Crimes of The Future (per citarne solo alcuni), ma notiamo anche un rispettoso richiamo al cinema norvegese a lei vicino come Sick of Myself del collega Kristoffer Borgli. In questo caso, le due protagoniste, Elvira e Signe, sono molto simili: entrambe distruggono il proprio fisico per un obiettivo futuro (non comune nel punto di arrivo, ma nella dinamica). Quel che vediamo è, infatti, un cinema autodistruttivo, un cinema che si mangia dall’interno e che si ciba di sé stesso, consumandosi sotto sua stessa costrizione, come una tenia che si muove dentro lo stomaco. Questo genere messo all’angolo da tutti e da troppo tempo dimenticato dalle grandi case di produzione finalmente sta tornando in auge grazie a moltissimi autori e autrici che riescono, inoltre, a dare nuova linfa vitale a maestranze che da anni non riuscivano a brillare.
Date una chance a The Ugly Stepsister, perché il buon cinema horror statunitense di cui si sta tanto parlando quest’anno non può competere con la genialità degli scandinavi, ma, soprattutto, non può competere con l’assoluta delizia che risiede in quelle immagini così crude e sanguinolente. Per hollywood, ormai, il body horror è il nuovo sesso.
di Gabriele Agostinoni
