Giunti nel 2026, iniziamo ad interrogarci sul futuro dell’animazione e in particolare del caso Disney. Zootropolis 2 arriva dopo numerosi tonfi al botteghino da parte della casa di produzione e un periodo nebbioso dovuto alle scarse aspettative da parte del pubblico fruitore di classici d’animazione.
Il primo dei problemi, che inevitabilmente colpisce anche l’opera di Byron Howard e Jared Bush, sta nella definizione di “classico”. Considerato il 64° del Walt Disney Animation Studio secondo il canone ufficiale, Zootropolis 2 non sembra affatto degno di questo nome.
Ma di cosa parla questo sequel del film del 2016?
Gli eventi seguono ancora una volta l’insolita coppia formata dalla tenace coniglietta Judy Hopps e la scaltra volpe Nick Wilde. Dopo gli eventi del precedente capitolo, i due adesso lavorano come partner della PDZ (“Dipartimento di Polizia di Zootropolis”), ma la loro insolita accoppiata inizia a destare dubbi sull’effettiva compatibilità in servizio. La convivenza tra le specie abitanti di Zootropolis era già stata un tema fondamentale per la comprensione del precedente capitolo e, più nello specifico, si parlava della ghettizzazione ed esclusione dei predatori, visti come altamente pericolosi dopo che diversi della specie avevano iniziato ad attaccare senza motivo i cittadini seminando il panico tra i distretti.
Se dunque Zootropolis aveva già raccontato una storia così potente e profondamente attuale sull’assenza di prove scientifiche secondo cui le specie fossero geneticamente codificate nell’indole e nel comportamento, cos’altro poteva aggiungere che ci ricordasse il nostro quotidiano e la nostra ipocrisia? Il recente lavoro svolto dalla Disney, come dimostrato nella sfilza di tremendi Live Action che altro non sembrano che squallide fotocopie di un passato ormai distrutto, risulta privo di nuova linfa, ancorato ad un’estetica completamente priva di un qualsiasi appiglio artistico e ad una narrazione in cerca costante del contentino mediatico.
Nel caso di Zootropolis 2, il contentino mediatico c’è e viene mascherato da una fitta e finta scrittura aulica che tenta di spacciarsi per postmoderna e citazionista quando non è altro che un groviglio di idee sciolto a metà. Nel precedente capitolo, tutto ciò che reggeva la struttura del film era il mistero, il famoso plot twist del villain sotto copertura e del piano malvagio che sicuramente sembrava divertente ed appagante, ma che in fin dei conti tanto sorprendente non era. E anche con questo sequel, gli sceneggiatori cercando di tentare il bis, spingendo con ripetuti colpi di scena e altalenando la trama con escalation emozionali ed imprevisti scioccanti. Il problema, però, è che non può funzionare due volte di seguito, facendo quindi risultare Zootropolis 2 come una piacevole visione ma che si ferma a voler copiare, per filo e per segno, almeno una decina di film.
Se, infatti, le costanti citazioni a capolavori del cinema statunitense del calibro di The Shining o Il Silenzio degli Innocenti può far sorridere, non fa altro che raccontarmi una triste verità: è tutto qui quello che si ha da offrire? Il mood di Zootropolis 2, come molti altri prodotti Disney o Pixar, si muove tra il serio e il divertente, ma se un tempo questa dicotomia risultava meno netto, più coesa e, soprattutto, sincera, adesso non sembra altro che una forzatura.
Gli ultimi prodotti audiovisivi che questa gigante casa di produzione sta sfornando in serie risultando tutti e uguali, narrativamente ed esteticamente. È passato il tempo della poesia e della fantasia dei veri classici Disney. Adesso i bambini vengono abituati ad una narrazione frenetica, ad un’esplosione di colore che, in maniera del tutto contradditoria, appare meno colorata. Non riusciamo più ad abituare i bambini alle immagini, al guardare con i loro occhi, a fargli comprendere ciò che stanno guardando e, soprattutto, a viaggiare con la loro fantasia, anche quando ciò che si guarda non è così semplice da capire. La Disney un tempo vantava una libreria di scene a dir poco traumatiche, ma che, nella tragicità di quello che stavano mostrando, risultavano emozionanti e di insegnamento. Il fiato sospeso, le immagini che sembravano pennellate, la colonna sonora in sottofondo come un dolce cullare o un tuono impetuoso…
Dov’è finita la Disney? In quale meando oscuro di banalità è finita? Non è un caso se negli ultimi anni molti dei suoi prodotti non sono riusciti a totalizzare nemmeno ¼ di miliardo, neanche quando un biglietto comune negli Stati Uniti si trova al prezzo di $30. Non è un caso se agli Academy Awards trionfa un indipendente animatore lettone o se vince per la seconda volta il grande maestro Miyazaki.
Non sono qui per scoraggiarvi. Sono qui per mostrarvi cosa avevamo e cosa, noi e i bambini di oggi, meritiamo di avere.








di Gabriele Agostinoni
