Vampirismo rosa – “Dracula: a Love Tale” di Luc Besson

Tra i film di punta della 20esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Dracula sbarca sul panorama internazionale poco prima della notte di Ognissanti, non per terrorizzare il suo pubblico, ma per farlo innamorare. Con un’anima profondamente altera rispetto ai precedenti adattamenti, il Dracula di Luc Besson si mostra sotto una peculiare veste romantica, spogliato di ogni drappo orririfico non avvezzo al gusto del regista.

“L’ultima volta che ho letto Dracula di Bram Stoker mi sono reso conto di star leggendo una storia d’amore”.

Luc Besson esordisce ogni suo discorso con testuali parole. Il suo è un conte innamorato, dilaniato dalla perdita del proprio amore, bramato per secoli e disperatamente preservato.

Dopo Dogman, il regista torna a scegliere Caleb Laundry Jones, suo nuovo pupillo. Dopo anni di gavetta come comparse e personaggio secondari, Jones trova il suo riscatto con Luc Besson vedendoli affidati personaggi storici e/o complessi, vedendo la difficoltà in questo ruolo nella sua trasposizione più volte mostrata al cinema. Inutile, infatti, parlare della trama del capolavoro di Stoker, piuttosto, ciò che appare più intrigante di questo film è la libertà presa sul tono del film (che più volte ha messo in mostra il suo lato oscuro e tenebroso) e la caratterizzazione dei suoi personaggi. Oltre alla scelta di modificare alcuni aspetti della trama, il Dracula di Besson tenta moltissimo di avvicinarsi, nell’uso dei costumi e del trucco prostetico, al conte di Francis Ford Coppola che oltretutto aveva già per primo voluto giocare con l’aspetto romantico del romanzo. Nell’adattamento del 1992, Gary Oldman si mostrava avvolta da una lunga veste rossa e con una lunga chioma bianca. In quest’ultima versione, però, l’omaggio evidente del regista diventa, purtroppo, una copia meno artistica della visione di Coppola e della costumista Eiko Ishioka. I personaggi di Mina e Maria, invece, appaiono visivamente appaganti rispetto al personaggi di Laundry Jones.

Il comparto estetico del film di Besson, oltre a replicare fedelmente, non tanto il libro, ma proprio la messa in scena dell’opera del ’92, è, in gran parte del film, volutamente macchiettistico e abbozzato: sia le scenografie che gli effetti speciali in non poche scene ci fanno storcere il naso e rimpiangere gli effetti visivi, artistici e arcaici, di Coppola. L’aspetto primitivo e sanguigno che si respirava nel suo Dracula donava enfasi e veridicità alla figura del vampiro, che invece con Besson risulta solo patetica e approssimativa. Non c’è arte, infatti, nella visione ironica che viene messa in mostra dalla recitazione dell’attore, soprattutto nella sequenza dell’acquisto del profumo a Firenze. Affermando di non aver preso alcuna ispirazione del film Profumo – Storia di un’assassino del 2006, la sequenza presa in considerazione crede di mostrarsi in una versione avanguardistica, mettendo in contrapposizione le scenografie ottocentesche con il veloce montato di pacchiane danze simil-contemporanee e affidando all’attore ridicole movenze a ripetizioni che, in nessun modo, si riescono a digerire.

Mentre il personaggio di Mina (interpretata da Zoe Bleu) non riesce a comunicare molto allo spettatore (sia per l’algidità dell’attrice che per la scrittura in sé), risplendono invece i personaggi di Maria (interpretata dalla “nostra” Matilda De Angelis) e del prete (interpretato da un, ormai, tutto fare Christoph Waltz). Quest’ultimo, nonostante la semplicità del personaggio, diverte in una versione ironica, quasi giocherellona. E’, però, Matilda De Angelis a rubare la scena a tutti: Maria è una vampiresca di circa 130 anni, seguace del conte Dracula il quale compito è trovare la reincarnazione di Elisabetta. Ad un primo sguardo, la sua recitazione appare forzata e spinta verso l’estremo, ma il suo vampiro, nella sua rappresentazione, appare più credibile e una buona reinterpretazione della Lucy di Coppola, che, però, non basta a risollevare un film già dal principio dirottato da un’idea autoreferenziale. E’, infatti, lo stesso Besson ad illudersi di aver creato un qualcosa di unico e mai raccontato, quando, invece, non fa altro che ripercorrere un’eco presente da anni e che, inoltre, ha già visto un vampiro innamorato. Qui sta la presunzione del regista, perché Dracula: a Love Tale non è più romantico dell’opera di Coppola, come non è più originale di tanti altri adattamenti gotici. Ora bisogna aspettare la versione western di Chloé Zhao che, dopo Hamnet, potrebbe tornare al genere che l’ha aperta al grande pubblico, ritoccando l’iconico mostro servendosi dello scritto di Hermann Hesse Der Steppenwolf.

Dracula: A Love Tale di Besson parla ad un pubblico specifico, un pubblico non attaccato alle parole dell’autore originario e che apprezza anche le più audaci delle iniziative. Luc Besson è un regista audace, capace di passare dal pop fantascientifico con Lucy al thriller crime con Léon: The Professional. Il suo cinema cerca di stupire con l’imprevedibilità, con la sua improvvisa ironia e particolarissima visione della messa in scena, al limite tra il cinema d’autore e il collasso filmico.

di Gabriele Agostinoni