L’Accident De Piano
Primissimo film visto in concorso, L’Accident De Piano è un’opera completa, semplice, ma allo stesso tempo complessa e stratificata. Scandita da tre atti, sia nel contenuto che nello stile, il regista Quentin Depieux mette in scena una protagonista insolita, misteriosa e inizialmente difficile da decifrare, la star mediatica Megalie Moreau, alle prese con dei fan oppressivi e una sfacciata giornalista, proprio mentre è in una vacanza rilassante e curativa in uno chalet di montagna.
Si può notare fin dal principio un apparato tecnico ricercato e una regia lucidissima che cerca di fare il verso alla collega francese Justine Triet e in particolare al suo Anatomie d’une chute. Entrambi i lungometraggi presentano, innanzitutto, un elemento scenico in comune molto importante: la neve. Questa dimensione candida e immacolata va ad imbiancare, sia visivamente che metaforicamente, la fedina di entrambe le protagoniste dei film, creando intorno a loro una patina misteriosa e di sospetto. In quest’ultimo lavoro di Depieux, scopriamo solamente nel terzo e ultimo atto ciò che Megalie Moreau nasconde, ma è già dal precedente che le nostre certezze su una sua eventuale innocenza d’anima vengono meno grazie all’uso di simboli che hanno reso iconici alcuni degli antagonisti della storia del cinema. Il più importante, e forse banale, è il latte, il famoso bicchiere di latte preso in mano da Hans Landa, Anton Chigurh o Alex DeLarge (per citarne alcuni).
Un film meccanico, chirurgico, che con poche immagini riesce ad offrire allo spettatore una lucidissima analisi dell’impatto che i media hanno sulla nostra psiche e, per estensione, sulla nostra vita. Le produzioni francesi, in maniera simile a quelle nord europee o del cinema scandinavo, ci insegnano ancora una volta come realizzare un prodotto di alto livello intellettuale e meta-riflessivo.
di Gabriele Agostinoni
Hen
Un uovo, un’inquadratura statica atta a farci conoscere Hen, o meglio, il piccolo pulcino dal nero piumaggio che nascerà pochi attimi dopo, in un allevamento intensivo fatto di meccanismi e corridoi metallici in cui migliaia di esserini vengono brutalmente sballottati e ingabbiati.
La storia segue il viaggio di questo peculiare protagonista alla scoperta del mondo, del proprio istinto materno e, soprattutto, della propria libertà. Una vicenda che, tramite il chiaro intento del regista ungherese György Pálfi, vuol mettere in scena il marcio della nostra società, criticandone la natura profondamente disumana e sempre più vicina alla bestialità. Il dramma criminale presente sullo sfondo delle vicende di κότα si scontra con l’apparente impianto comico mostratoci fin dall’inizio del film, in cui una serie di eventi – o potremmo dire “di sfortunati eventi” – accadono alla nostra protagonista in maniera del tutto cinematografica, con una messa in scena che sembra affidata ad un regista in miniatura, abile nel seguire e filmare ogni istante della vita di questo straordinario esserino pennuto. Nell’ultimo anno, oltretutto, il cinema d’animazione ci ha dimostrato come storie con protagonisti piccoli animali siano estremamente coinvolgenti per lo spettatore, a partire dal recente Premio Oscar Flow del lettone Gints Zilbalodis o dal famosissimo Ratatouille.
Un singolare lungometraggio che mette in mostra la rivalsa della bellezza animalistica su un presente distorto e rovinato dall’uomo, in cui le immagini dei biondi pulcini spinti a forza tra i diversi ingranaggi non sono altro che il riflesso dell’attuale situazione geopolitica e migratoria.
di Gabriele Agostinoni
40 Secondi
Nelle categorie in concorso per Progressive Cinema della 20esima edizione della Festa del Cinema di Roma, troviamo 40 secondi, il nuovo film di Vincenzo Alfieri. L’opera mette in scena l’episodio di cronaca del 6 settembre 2020: l’omicidio di Willy Duarte Monteiro, 21enne, ucciso a mani nude a Colleferro.
Il film è tratto dall’omonimo libro di Federica Angeli e il racconto viene scandito da un’originale scansione delle 24h precedenti all’omicidio. Seguendo ogni punto di vista, ogni personaggio, ogni pezzetto di quel puzzle complesso del 6 settembre – persino quello di una capra, degno esempio di vittima sacrificale -; 40 secondi non vuole mostrare solo l’omicidio, i futili moventi, le cause, di quei 40 secondi di aggressione, ma vuole dar voce e peso ai problemi, ai sogni e alle speranze che muovevano ogni persona. Colleferro è la provincia da cui molti vogliono scappare, ma che altri non vorrebbero mai abbandonare. Colleferro è un posto che dà e che toglie, un posto di cultura, di natura, di radici, di violenza. La violenza non è presente solo in quei 40 secondi, ma naviga insolente per tutto il film, che sia verbale o fisica.
Attraverso una regia ricercata, Alfieri dirige magistralmente attori frutto di uno “street casting”, ma anche Enrico Borrello nei panni di Mario Pincarelli e Francesco Gheghi nel ruolo di Francesco Belleggia. Il finale è l’apoteosi di tutto: uno straziante momento di apice che è già caduto, la prova tangibile di come la morte sia insanabile davanti alla banalità del male.
di Francesca Zarrella
