Six Jours, ce printemps-là
Joachim Lafosse, regista belga, nonché vincitore della Festa del Cinema di Roma 2023, nella categoria miglior regia per Un silence, torna in concorso con Six Jours, ce printemps-là.
Il film racconta i sei giorni delle vacanze di Pasqua che Sana, i suoi due figli e il compagno passano insieme. Il soggiorno iniziale in hotel, a causa di vari problemi tra cui i prezzi esagerati e il tutto esaurito, finisce per collocarsi nella villa a Saint-Tropez dagli ex suoceri di Sana. Sana sa dal primo momento di non poter più avere accesso alla casa, a seguito della separazione, ma, priva di altre opzioni e con ancora le chiavi della villa, decide di seguire questa “folle” idea – che tanto folle non sarebbe considerata l’appartenenza dei suoi figli, in quanto nipoti, a quel luogo. All’oscuro dai nonni, la casa deserta diviene nido di serenità e tensione. L’obiettivo di Sana, infatti, è quello di viversi la vacanza, cercando di passare inosservati. Tentativo fallito nel momento in cui lei e i suoi figli sono gli unici neri in un quartiere ricco di bianchi.
Davanti alla devastante bellezza del luogo, tutto quello che emerge è un’evidente dicotomia tra il sentimento di appartenenza e quello di estraneità che si declina in ciascun personaggio. La tensione cresce senza la necessaria presenza umana, i luoghi frequentati dai personaggi sono perlopiù deserti, ma è quella alienazione a creare una sensazione di pericolo nei personaggi e suspense negli spettatori. In un crescendo di colpi alla porta, chiamate insistenti e domande, Lafosse indaga non solo il cambiamento nei rapporti familiari, la nostalgia di un sentimento di appartenenza che non si potrà più provare, ma anche la legittimità ad essere in un luogo.
di Francesca Zarrella
Good Boy
Il regista polacco Jan Komasa, candidato all’oscar come miglior film straniero nel 2019 per Corpus Christi, concorre alla Festa del cinema con Good Boy.
Sotto il caos e la quiete, Komasa mette in scena un’opera perturbante in cui un ragazzo, Tommy, 19enne completamente inibito dalla droga e dall’alcol, una notte viene rapito da una famiglia e rinchiuso in uno scantinato. Attraverso il ricorso alla violenza e alla completa immersione in suoni naturalistici e video “educativi”, Chris – interpretato da Stephen Graham – cercherà di renderlo un “bravo ragazzo”. La somiglianza con Alex DeLarge di Arancia Meccanica non è poi così velata, ma ciò che è interessante è la messa in questione dei rapporti “familiari” e dell’affetto.
Good Boy è un thriller psicologico inquietante e disturbante, che trasforma l’inizio di una quotidianità in un incubo del tutto grottesco, dove ogni cosa assume la sua opposta connotazione. L’educazione diviene costrizione, la violenza amore e cura, la libertà una catena, persino l’esterno un limite. Tutto si capovolge, tutto diviene macabro. In una completa assuefazione alla violenza, il sentimento di abbandono, come il desiderio di cura e di una famiglia, si trasformano in binari perfetti per questa messinscena. L’umanità di tutti i personaggi, e in particolare di Tommy, si perde e, paradossalmente, nasce sotto questo gioco di ruoli in cui ognuno è una marionetta.
di Francesca Zarrella
Nino
Non c’è banalità nel ricevere una diagnosi. La banalità risiede nella parola, nel movimento, nel racconto, e ciò che rende Nino, film in concorso di Pauline Loquès, un piccolo miracolo è il suo dialogare silenziosamente con lo spettatore e il riuscire a cullarlo nonostante si parli di cancro.
E’ venerdì. Nino viene presentato in pochi istanti grazie alla compilazione di un modulo medico. Non passa molto che il nostro protagonista riceve la spiazzante notizia di un cancro alla gola. Fortunatamente, data la sua giovane età, il lunedì può iniziare il ciclo di chemioterapia che, però, comprometterà inevitabilmente il suo grado di fertilità. Dopo esser stato caldamente consigliato dal medico a congelare il proprio liquido seminale affinché, un giorno, possa avere l’opportunità di procreare, Nino decide di adoperarsi, ma, tornato a casa, si rende conto di aver perduto le chiavi di casa. Da questo momento, inizia la nostra storia. Nulla è comico in questo semplice racconto, nulla vuol far leva sulla propria sensibilità o pietismo. Ciò che, infatti, caratterizza l’opera di Pauline Loquès è la sua estrema delicatezza nel raccontare una vicenda terribilmente drammatica. L’originalità risiede nella scoperta del carattere di Nino, un ragazzo che, nel giorno del suo compleanno, dovrà affrontare la realtà e il confronto con amici, familiari, conoscenti.
Non aspettatevi il dolore, la tragedia, perché non la troverete. Scoprirete invece come un amaro pretesto possa trasformarsi in un culla per il vostro cuore e una riscoperta verso il nostro senso di empatia.
di Gabriele Agostinoni
