Festa del Cinema di Roma – Progressive Cinema #3

Sciatunostro

“Stamu un pocu all’umbra, cca c’è troppu suli“

Con queste parole di Franco Battiato si apre Sciatunostro, secondo lungometraggio di Leandro Picarella, giovane regista siciliano.

Il sole è il primo protagonista di quest’opera, con il calore che brucia la pelle e i riflessi che lascia sul mare. Un mare che il regista è in grado di raccontare con l’amore di chi i luoghi che mostra li vive da sempre. Il regista mescola con maestria realtà e finzione, realizzando un prodotto nel quale filmati d’archivio, che ripercorrono momenti di vita dagli anni Settanta a oggi, interagiscono e si intersecano con le esperienze e avventure estive di due bambini, interpretati magnificamente dai giovani attori non professionisti Ettore Pesaresi e Giovanni Cardamone. Il regista li sceglie tra gli abitanti dell’isola di Linosa, con metodi che ricordano i registi del Neorealismo e del documentario, e scrive dialoghi che gli si cuciono addosso alla perfezione.

I filmini del passato, guardati e riguardati dal cineamatore Pino (Pino Sorrentino), diventano uno strumento per “muoversi avanti e indietro nel tempo”, come l’uomo dirà a Giovannino nel mostrargli il mestiere. Questa riflessione sulla memoria, che ricorda gli studi del documentarista Chris Marker sul cinema come mezzo per cristallizzare i ricordi, è triplice: a quella dell’autore e dei personaggi, tramite gli occhi dei due bambini che vivono sull’isola, si unisce quella di noi spettatori, che riscopriamo le meraviglie dei paesaggi siciliani e delle tradizioni familiari, in grado di dialogare con il nostro intimo e riportarci ai luoghi della nostra infanzia.

di Sara Di Nardo

Left-Handed Girl 左撇子女孩

Shih-Ching Tsou esordisce alla regia, sola per la prima volta, con Left-Handed Girl, film che concorre alla Festa del Cinema sia nella categoria Progressive Cinema e sia in Miglior Opera Prima Poste Italiane. Il film, presentato in anteprima mondiale a Cannes, è stato candidato dal Taiwan per concorrere come Miglior Film Internazionale agli Oscar 2026. 

Left-Handed Girl dipana le vite di Shu-Fen, una madre single, e le sue due figlie: I-Ann, ventenne, e I-Jing, di cinque anni, divenendo a tratti uno slice of life. Nel trambusto di una metropoli come Taipei, I-Jing è la bambina mancina che muove le fila del film. Nonostante non abbia ben chiare le dinamiche adulte e i problemi economici che affronta la sua famiglia, I-Jing è la fata che si prende gioco di tutto, mettendolo in discussione. Shih-Ching Tsou assume il suo punto di vista per raccontare l’incontro tra innocenza e buon costume, tradizioni e il mondo moderno. Questa scelta permette di trasformare un realismo, di per sé drammatico, in magico, e aggiungere toni comici e divertenti alla storia. Il nonno, che ripete a I-Jing di non utilizzare la “mano del diavolo”, è l’esempio cardine del conflitto tra aspettative e realtà. 

In un racconto tutto al femminile, ritroviamo l’attenzione e l’interesse tematico di Sean Baker, co-sceneggiatore, montatore e produttore del film, ma soprattutto rivediamo una forte visione comune che ha caratterizzato la regista nei lavori precedenti. Shih-Ching Tsou ha infatti ricoperto diversi ruoli nei film di Baker, come co-sceneggiatrice, co-regista in Take-Out e produttrice in Florida Project, progetto, quest’ultimo, che rispecchia pienamente la scelta del punto di vista presente. 

Sotto un processo produttivo e realizzativo tutto indipendente, Left-Handed Girl riporta il rude e l’idea di documentario attraverso la scelta di ripresa dell’opera tramite un iPhone. Grazie a un casting spettacolare, Shih-Ching Tsou dirige due delle tre attrici protagoniste alla loro prima esperienza, in modo meraviglioso, trasmettendo all’intero film un senso di autenticità. L’essere mancini è il marchio che il nonno dà a I-Jing, ma è soprattutto quello che la società imprime alle donne, per farle sentire sbagliate. Shu-Fen è malvista dalla sua famiglia per la situazione economica in cui riversa e le sue scelte in fatto di uomini. I-Ann, d’altro canto, nasconde dietro la sua ribellione, l’impossibilità di continuare gli studi. Tutte le protagoniste di questo film sono left-handed in qualche modo. “Vittime” ma, in realtà, Padrone di scelte diverse da quello che la massa vorrebbe. Shih-Ching Tsou ci permette di entrare nelle loro vite e lo fa attraverso gli occhi di una bambina, che è ignara di queste regole, ed è pronta a seguirle a suo piacimento. 

di Francesca Zarrella

Re-Creation

My Left Foot, In The Name of The Father, In America. Questi sono solo alcuni dei film diretti dal grande Jim Sheridan nel corso degli anni, un artista visionario in grado di donare bellezza anche alla più cruda e brutale sceneggiatura. Con questa sua ultima fatica, arrivata a distanza di nove anni da The Secret Scripture, Sheridan omaggia l’opera di Sydney Lumet adattando 12 Angry Men alle aspettative contemporanee, ma, ciò facendo, scivola nel dimenticatoio e si proclama come il più sciapo e retorico tra tutti i film giudiziari.

Basato sul reale assassinio di Sophie Toscan du Plantier, Sheridan in Re-Creation immagina una soluzione alternativa al caso di cronaca, spiegando allo spettatore, attraverso l’uso di didascalie ed immagini lungo titoli di testa, il metodo idi approccio alla narrazione. Nella grandissima parte del metraggio dell’opera, lo sguardo è rivolto ai colloqui interni tra i dodici giurati, sei uomini e sei donne (come viene rigorosamente specificato dall’avvocato dell’accusa), interessati a erigere un sentenza nel più breve tempo possibile. La giurata n. 8 (interpretata da Vicky Krieps), dopo una prima votazione, è l’unica a non concordare con la maggioranza, riconoscendo l’imputato non colpevole dell’omicidio.

Le meccaniche che vediamo susseguirsi nei minuti successivi vorrebbero ricordare la tensione e maestria messa in scena da Lumet, risultando, però, una mera reiterazione di una filmografia che, tornata in auge da diversi registi nell’attuale panorama cinematografico – basti pensare al premio Oscar per la sceneggiatura Anatomie d’une Chute o all’ultimo lavoro di Clint Eastwood Juror #2 – risulta adesso priva di guizzi o idee interessanti per una scrittura degna di menzione. Per il momento, abbiamo il primo passo falso in questa altissima selezione tra i Progressive Cinema e, forse, il più dimenticabile di Jim Sheridan.

di Gabriele Agostinoni