Festa del Cinema di Roma – Progressive Cinema #4

Miss Carbon

Era il 2012 quando in Argentina venne approvata la Legge sull’Identità di Genere. Nel contesto di Miss Carbon di Agustina Macri si inserisce la storia di Carlita, una donna con un sogno apparentemente semplice ma rivoluzionario: diventare minatrice. Il suo percorso, tuttavia, è costellato di ostacoli e pregiudizi, che deve affrontare non solo per affermarsi professionalmente, ma anche per essere riconosciuta per ciò che è davvero.

Carlita entra a lavorare in miniera quando sul suo documento d’identità compare ancora il nome di Carlos Enrique. La sua più grande battaglia è contro una “convenzione” non scritta, figlia di un radicato pregiudizio che esclude le donne da certi lavori considerati “da uomini”. Una rigida superstizione locale che vietava l’accesso alla principale fonte di sostentamento: la miniera di carbone. Eppure, grazie al sostegno dei colleghi minatori e delle amiche, riesce a scardinare queste barriere, ribadendo con forza:

“Io sono una meccanica, e non devo stare dietro a una scrivania solo perché sono donna.”

Tuttavia, é interessante come le discriminazioni più pesanti non avvengano dai suoi colleghi minatori ma bensì dalle impiegate nella sezione amministrativa, sue colleghe per un periodo limitato. Il risultato è un film intenso e toccante, che affronta con sensibilità e coraggio un tema quanto mai attuale: il diritto di ogni persona a vivere e lavorare secondo la propria identità, senza pregiudizi né barriere.

di Chiara Ragno

Our Hero, Balthazar

Ari Aster sarebbe molto fiero di questo prodotto, sarebbe fiero del coraggio del collega Oscar Boyson nell’esplorare, ancora una volta in questo concorso Progressive Cinema, le dinamiche interne di una società americana ormai corrotto e in preda al caos.

Con Our Hero, Balthazar il regista spoglia lo spettatore di ogni difesa e lo pone di fronte ad un protagonista incapace di provar empatia o affetto. Una mente malata quella del protagonista interpretato dal giovane attore, star del recente adattamento di IT, Jaeden Martell che, qui in una grande interpretazione, si pone al pari dell’altrettanto misterioso Solomon, interpretato da un riscoperto Asa Butterfield dopo il suo incredibile successo nella serialità con Sex Education. Due ruoli inizialmente opposti che, seppur problematici, non stupiscono lo spettatore fino ad un momento di svolta nella scoperta più profonda di quest’ultimo. Entrambi, figli di genitori assenti e/o violenti, condividono l’incapacità comunicativa con il prossimo e, probabilmente, un’insoddisfazione sessuale che li rende profondamente deboli dinanzi all’altro sesso per cui provano attrazione.

In quest’opera estremamente spigolosa e velenosa, si parla di Incel, di cronaca nera e dell’uso tossico del social network come specchietto per le allodole, ripercorrendo, dunque, lo studio adottato da Philip Barantini nella miniserie Adolescence, Boyson nella quale ci viene mostrata un’America perduta, rappresentata da un esile ragazzino con in mano la più potente arma tecnologica dei nostri giorni, e nell’altra una pistola.

di Gabriele Agostinoni

Winter of The Crow

Varsavia, Polonia. Dicembre 1981. Una docente britannica di psicologia rimane intrappolata nel paese a seguito dell’instaurazione della legge marziale. Una storia europea. Una storia di oggi.

L’occhio animalesco ci segue, si nasconde, si mimetizza tra le pareti oscure di un monumento o tra il mistero del bianco candido di una prima neve di stagione. C’è poi l’occhio meccanico, quello di una polaroid ancora estranea ad un’Europa di inizio anni ’80, quasi che sembra un marchingegno assoggettato dalla magia, lo stesso strumento in grado di intrappolare istanti e salvare vite, come quella di Joan Andrews, affidata alla grandissima Lesley Manville, in rispolvero dopo l’ottima interpretazione in Phantom Thread o la sottovalutatissima presenza in Queer.

Winter of The Crow è l’ultima opera della regista polacca Katarzyna “Kasia” Adamik, la quale, grazie al suo metodico studio della macchina da presa, riesce nell’intento di donare estro artistico ad un’opera apparentemente brutalista e spoglia, in maniera differente ad un film facilmente associabile per contesto, presentato poche settimane prima alla Mostra del Cinema di Venezia, The Wizard of The Cremlin. Dal grigiore della fotografia al muro linguistico che ne caratterizzava la struttura, quest’ultima opera non ha niente a che vedere con il corvo preso in esame, se non il freddo che trapela da ogni lugubre fotogramma. E’ la sua bellezza espositiva, visibile sia nella regia che nella scrittura che nel reparto estetico, che eleva Winter of The Crow e lo distacca da una filmografia spesso retorica e didascalica. Ciò che quest’opera vuol essere è una spy story dalle tinte noir, egregiamente portata alla luce, ma che forse può far storcere il naso ad un pubblico troppo superficiale.

di Gabriele Agostinoni