Esta Isla
Nato come un cortometraggio nel 2014, il regista Cristian Carretero riesce nell’intento di trasformare Esta Isla in un’opera completa e più lunga, pur mantenendo la trama originaria.
Siamo sempre a Porto Rico, in un piccolo centro costiero. Il giovane Bebo, nonostante il lavoro di pescatore, è costretto, insieme al fratello, a intraprendere una vita criminale e ad immergersi in indesiderate attività illecite. Dopo un terribile accaduto, Cristian Carretero ci immerge definitivamente nella storia dopo che Bebo è costretto a fuggire in compagnia della fidanzata Lola. Il racconto di Esta Isla, in un primo momento, ricorda quel cinema fatto di dolore e realtà, in cui la vita criminale appare come ultimo appiglio ad una quotidianità di stenti. Lo stesso cinema italiano, con Caligari e Sollima, ha raccontato storie di simile prima pagina (anche se con interpretazioni differenti), eppure il film di Carretero non solo perde l’occasione di omaggiarlo, ma pecca di prepotente presunzione sperando che un qualsiasi spettatore medio di larga fruizione di contenuti sopra citati possa interessarsi alla storia (oltretutto, completamente vuota) o empatizzare con i suoi personaggi.
L’orrore che presenzio in questo cinema ricolmo di rabbia e dolore viene meno dal momento in cui viene svuotato della sua anima. Il prodotto seriale sta, infatti, distruggendo l’unicità e la tragicità di queste storie trasformandolo in un parco giochi per tv. Persino Sollima è caduto vittima del suo stesso cinema, dando vita, negli ultimi anni, a film stereotipati ed essenzialmente inutili come Adagio. Forse ci siamo stancati di questa demonizzazione. Ci siamo stancati di storie che non hanno altro da raccontare all’infuori del sangue.
di Gabriele Agostinoni
Wild Nights, Tamed Beasts
Le bestie addomesticate. Si presenta così il film d’esordio di Wang Tong, un thriller neo-noir in cui una badante è sospettata di omicidio di un’anziana signora. La giovane badante Xiaolin viene subito notata dai figli del signor Deyong, il suo ultimo paziente infermo a causa di un recente ictus. Il presente e costante sospetto da parte dei familiari e in particolare del primogenito del signor Deyong viene subito scoperto dalla ragazza, che però non fa nulla per smentirsi.
Il cinema di Tong ci appare come un connubio di simbolismi e topos narrativi. Non mancano, infatti costanti rimando al cinema tragicomico e satirico di Bong Joon-Ho (in particolare il suo Parasite) e Park Chan Wook (l’atmosfera oscura e le tinte noir ricordano moltissimo Oldboy e Decision To Leave), maciò che rende speciale Wild Nights, Tamed Beasts è la sua regia. Premiata, infatti, nel concorso Progressive Cinema, la metodica nella narrazione eleva il film e lo rende ancor misterioso, muovendo al suo interno, come detto prima, simboli, immagini eidetiche e tecniche di ripresa insolite. Il felino mostratoci sempre in gabbia e il correlato rimando alla caverna ci spiegano direttamente e metaforicamente la condizione dei personaggi. Non solo l’intrappolamento degli anziani nelle mani della badante, ma anche la contradditoria condizione del trasandato protagonista, combattuto tra l’attrazione sessuale per la donna e l’avversità per i suoi atti compiuti. Quest’ultima, inoltre, ci viene raccontata proprio come una strega, posseduta da una qualche entità messa in scena tramite l’uso del colore azzurro. Questa fredda aura che vediamo seguirci nel tempo si attacca alla donna e allo spettatore, mostrandoci spessissimo l’immagine splittata in due, in cui i colori sembrato sparire per lasciar il posto a questo gelido filtro.
Ciò che più intriga dell’opera di Wang Tong è, però, ciò di cui parla. Non siamo certamente di fronte a La Grazia di Sorrentino, eppure ci torna in mente il tema dell’eutanasia. La Cina è un paese di cui purtroppo conosciamo molto poco, ma il finale di Wild Nights, Tamed Beasts vi farà riflettere e mettere in discussione tutto ciò che si possiede o si dà per scontato.
di Gabriele Agostinoni
