Un ragazzo timido ed impacciato. Una ragazza che legge The Damage.
Un luogo qualsiasi di una Boston grigia, annoiata, quasi immobile.
Un incontro casuale che diventa passione, chimica immediata, fino alla decisione di sposarsi per amore.
Ma giurarsi amore eterno significa conoscersi davvero. E così, in una sorta di gioco della verità, i due protagonisti sono chiamati a confessare il segreto più intimo del proprio passato.
È da qui che il film prende davvero forma, ed è qui che nasce il dramma.

Kristoffer Borgli torna alla regia sostenuto dalla forza di due grandi promesse del giovane cinema statunitense, Robert Pattinson e Zendaya, nei ruoli dei due coniugi Charlie ed Emma. Prodotto dalla A24, The Drama segna il ritorno del regista norvegese in una produzione hollywoodiana dopo Dream Scenario, abbandonando, solo temporaneamente, le ciniche sceneggiature nordiche dei suoi primi due progetti. Immutata, però, rimane la sua sapiente penna, affilata e mai politicamente corretta, in grado di andar a scovare i disagi della psiche umana e le ipocrisie che si annidano nella nostra società contemporanea.
Se con Sick of Myself avevamo in scena lo studio del narcisismo patologico e della sua evoluzione più malata e sanguinosa,e con Dream Scenario lo studio sociologico sulla leggenda urbana dell’uomo dei sogni diventata virale in tutto il mondo nel 2008, con The Drama il regista si intrufola nel privato di una giovane coppia, nel loro letto, nei loro ricordi e nelle loro emozioni, tirando in ballo tutto il presente di un’America piegata da una politica guerrafondaia e schizofrenica. Proprio per questo motivo ci vien da pensare che se la storia fosse stata ambientata nella nostra penisola, probabilmente avrebbe perso gran parte del suo pathos e della sua forza narrativa. Invece, collocata in questa America provinciale e bigotta, dove tutto viene amplificato e vissuto con inquietante rigidità, quella rivelazione si trasforma in un peso enorme e il segreto dei nostri due protagonisti diviene, così, il vero motore della sceneggiatura, il filo conduttore che mette a nudo ipocrisie, paure e contraddizioni di un contesto sociale soffocante.

Il film mantiene un andamento lento e talvolta ripetitivo per l’intera durata dei suoi 105 minuti, ma ciò che ravviva lo sguardo dello spettatore è l’originalità del montaggio, costantemente ballerino, che rimbalza, come in preda ad una possessione, da una linea temporale all’altra, tagliuzzando ogni suo filo in più parti e riuscendo a creare una linea narrativa singolare e frastagliata, in cui gli attori tentano di inserirsi e di brillare in più di una scena.
La recitazione dei nostri due protagonisti è, infatti, ambivalente: se da un lato vi è un magnifico Robert Pattinson che qui ci conferma, ancora una volta, la sua ascesa nel panorama statunitense attuale, dall’altro vi è Zendaya, un’attrice estremamente particolare che rappresenta, per il film, la sua arma a doppio taglio. Incredibile nel ruolo della protagonista tossicodipendente Rue dell’acclamata serie HBO Euphoria, da lì non è più riuscita a trovare un ruolo che riuscisse ben ad incarnare, con un destino simile ai suoi colleghi della serie Jacob Elordi e Sydney Sweeney. Fortunatamente il cast di The Drama vanta anche grandi personaggi di supporto come l’amica della sposa interpretata da Alana Haim (portata alla ribalta da Paul Thomas Anderson qualche anno fa), nel ruolo che va a rappresentare il vero pensiero che rimane alla fine della visione, tra il dubbio, la verità e il peso delle cose. Tutto, infatti, si basa su queste tre entità che popolano il film e che colpiscono sia i protagonisti che gli spettatori, costantemente e tanto da farci ritornare in mente il libro che Emma stava leggendo all’inizio del film in quel bar: The Damage, un romanzo di passione e distruzione che Borgli decide sapientemente di inserire in capo al film per stuzzicarci e, forse, anche depistarci.
Ma nel suo raccontare e puntare il dito, alla fine The Drama resta sospeso, trattenuto, come se promettesse continuamente un’esplosione emotiva o narrativa che lo spettatore continua ad attendere, invano, confermandosi come un prodotto pensato più per un pubblico statunitense, forse penalizzato o forse forte di una sceneggiatura che, pur cercando di affrontare temi rilevanti, universali e complessi, finisce per rimanere più in superficie in paragone ai precedenti titoli del regista.
di Anita Luceri e Gabriele Agostinoni
