Il film dell’anno – “It Was Just An Accident” di Jafar Panahi

Il cinema è politica. Il cinema è sociale. Questo è il cinema in cui crede Jafar Panahi, regista iraniano più volte incarcerato per le sue ideologie avverse al regime del paese.

Il mondo che gira al contrario è quello su cui mettiamo piede, in cui respiriamo, lo stesso che ha spinto Panahi ha raccontare la propria visione in clandestinità, cercando la nostra attenzione, quella del mondo e di una platea ghermita di appassionati che a Roma lo ha ascoltato e applaudito per quasi due ore. La sua voce ha parlato il 23 ottobre scorso ad innumerevoli giovani aspiranti registi e sceneggiatori, insegnando loro la vera essenza del cinema: la sua forza. It Was Just An Accident parte da qui, dalla sua immediatezza e potenza, in cui, in soli cento minuti, Panahi ha realizzato un’opera che interroga il dubbio dietro ogni verità e che lotta contro ragione e convinzione.

Ci troviamo in una macchina, di notte, e già veniamo catapultati nel mondo del regista che di quel luogo ha costruito un’immagine simbolo, incastrata tra politica e realtà. Qui, però, il regista non si mette davanti la cinepresa come in Taxi Teheran. Nella vettura vi è una famiglia, un padre, una madre e la loro figlia. La macchina colpisce qualcosa. Si sente un lamento animale. L’uomo accosta, scende e osserva intorno. Un suono simile ad un cigolio accompagna i suoi passi stressati. Rientrato in auto comunica l’accaduto alla famiglia. Ha investito un cane. Qui Panahi non risparmia tempo e ci lancia subito la battuta che dà il nome al film e la affida alla donna: “è stato solo un incidente”. Lo spettatore è ancora confuso, quasi divertito, fin quando non viene menzionato Dio. “È Dio che ha messo questo cane sulla nostra strada” rispondono i genitori alla figlia in lacrime sul sedile posteriore. “L’hai ucciso tu!”, grida la piccola.

C’entra o no Dio? E’ questa la domanda che ci viene posta, ma non sta a noi rispondere, come non tiene al regista. Il suo obiettivo è solo raccontare la sua storia e affidare a quel cane il destino del protagonista, o meglio, dell’uomo che fino a questo momento a noi sembra essere. Uno degli pneumatici va cambiato, deve essere stato l’urto con l’animale. Fortunatamente sulla strada vi è un’officina e nonostante l’ora tarda il meccanico si offre di aiutare la famiglia. Mentre il padre attende che il lavoro sia concluso, però, viene notato dal secondo meccanico dell’officina che, sentito il cigolio dei suoi passi, si nasconde terrorizzato, sperando di non esser visto. Risolto il problema, la famiglia si rimette in cammino, ma il meccanico, dubbioso e sconvolto, li segue con un camioncino bianco con l’intento di rapire l’uomo e seppellirlo vivo.

Panahi racconta tutto ciò con estrema naturalezza, tant’è che il racconto appare all’inizio straniante e assurdo. Non riusciamo a capire il comportamento del meccanico e nemmeno l’attenzione verso i dettagli posti meticolosamente sulla scena. Non poco dopo, però, saremo immersi in una storia difficile da dimenticare.

Ospite alla 20esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Panahi ha spiegato le motivazioni di questo film in numerose interviste. Ha affermato di essersi temporaneamente discostato dai temi politici per poter raccontare una storia che lo toccasse personalmente. Il tempo in carcere gli ha permesso di scoprire una moltitudine di storie inconsuete e tremendamente reali. Questo film prende ispirazione da esse, da ciò che le sue orecchie hanno sentito nel tempo. Un dettaglio che colpisce e ferisce allo stesso tempo, ma che Panahi ha voluto darci in dono, ricordandoci di quanto sia importante il mezzo cinematografico per fare del bene e per raccontare la vita.

Quest’opera, premiata con la Palma d’oro all’ultima edizione del festival di Cannes, conferisce al regista l’ultimo tassello per coronare una carriera costellata di riconoscimenti. Dal Leone D’oro nel 2000 per Il Cerchio all’Orso d’oro nel 2015 per il già citato Taxi Teheran, con quest’ultimo lavoro il regista iraniano mette un punto sulla carriera festivaliera per procedere con la sua personale crociata, creando un film altrettanto incisivo quanto peculiare. Narrativamente, infatti, It Was Just An Accident appare ridondante e ripetitivo. Non mancano nel suo minutaggio scene ripetute affidate alla sola recitazione degli attori, i quali, come per sbeffeggiare il recente motivetto da bar proposto da Aronofsky con il suo pessimo Caught Stealing, ricordano i protagonisti di un’assurda barzelletta. Non c’è, però, nulla di ironico in questa messa in scena, anzi, il racconto di Panahi appare, nella sua peculiarità narrativa, estremamente a fuoco e coinvolto in ciò che racconta. Non mancano i pensieri del regista sulla situazione della donna in Iran, presente sia in un’importantissima scena di critica diretta ma, soprattutto, sul palco del festival a Roma. Il regista, infatti, non appena è stato chiamato per ricevere il premio alla carriera conferitogli, ha immediatamente chiamato la moglie accanto a lui sul palco. La donna, come ci mostra Panahi nel suo cinema e nella vita, è indipendente, libera, libera da ogni limite o restrizione. Una donna è e deve essere libera di andare allo stadio, come vediamo nel suo Offside, ma, soprattutto, una donna deve poter partorire da sola, come accade in It Was Just An Accident. Anche solo pensare che una donna possa morire in ospedale perché non accompagnata da un uomo, dal mariro, lascia senza fiato. It Was Just An Accident è questo, è una dichiarazione di vita, una fototessera stampata e incisa sullo schermo che porta la firma di Jafar Panahi. Una visione che non vi lascerà indifferenti.

Un cinema di resistenza, ma anche di dubbi e verità, simbolo dei nostri tempi. Da oggi 6 novembre al cinema.

di Gabriele Agostinoni