Con Hamnet – Nel nome del figlio Chloé Zhao firma uno dei suoi film più intimi e maturi, un’opera che si allontana dalla biografia celebrativa per abitare uno spazio più fragile e universale: quello del dolore familiare. Dopo aver attraversato l’America errante di Nomadland e le mitologie ipertrofiche del cinema supereroistico, la regista torna qui a una dimensione raccolta, quasi domestica, dove il paesaggio non si presenta come sfondo spettacolare ma come possibilità di respiro: l’immagine non si impone ma ascolta.
Tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell, il film sceglie di non raccontare Shakespeare come monumento culturale, bensì come uomo dilaniato dalla perdita. Non ricerca il genio in sé stesso ma ne interroga la ferita originaria. Fin dall’incipit Zhao stabilisce la propria poetica con una limpidezza disarmante: una donna distesa tra le foglie di una foresta, un falco al suo fianco, il vento che muove appena i rami. Il tempo sembra sospeso. In quell’immagine c’è già tutto: la centralità della natura, la quiete che precede la frattura, la percezione di un mondo in cui vita e morte convivono, senza enfasi o forzature stilistiche. La macchina da presa non invade, osserva; la luce naturale accarezza i corpi; il suono – fruscii, respiri, battiti lontani – costruisce uno spazio sensoriale che precede la parola.

Quella donna è Agnes. Guaritrice, figlia di una presunta strega, creatura liminale che vive in dialogo costante con la terra. Jessie Buckley la interpreta con una forza sottilmente trattenuta, restituendo una femminilità selvaggia ma mai caricaturale. Agnes non è simbolo, è presenza viva: ama con intensità feroce, percepisce il mondo con un’attenzione quasi medianica, eppure resta profondamente umana, vulnerabile. Quando incontra William Shakespeare, il riconoscimento è immediato. Anche lui è una figura marginale: maestro di latino inquieto, oppresso da un padre autoritario, spinto da un’ambizione che lo chiama altrove. Paul Mescal evita ogni grandiosità, costruendo un William fragile, a tratti spaesato, più figlio che padre, più uomo che mito.
La prima parte del film segue la nascita del loro amore e della loro famiglia con un ritmo che rispecchia la cadenza della vita rurale. Zhao lavora per sottrazione, lasciando che siano i gesti quotidiani a raccontare l’intimità: le mani che impastano, le erbe pestate nel mortaio, i bambini che corrono nei campi. La fotografia privilegia toni terrosi e luce diffusa, creando un realismo materico che non rinuncia a una lieve aura onirica.
Eppure, sotto la superficie domestica, si avverte una tensione latente. William è sempre più attratto da Londra e dal teatro; Agnes invece resta ancorata alla terra e ai figli. La loro è una relazione intensa, verace, ma attraversata da una distanza che cresce lentamente. Il primo vero punto di svolta arriva quando la malattia entra in casa, insinuandosi tra i bambini come un’ombra nera. È qui che il film abbandona definitivamente il racconto idillico e prepara lo spettatore a una discesa nel dolore: la tragedia non esplode, ma si deposita.

È nella rappresentazione del lutto che Hamnet trova la sua forma più compiuta. Zhao evita il melodramma e affida tutto ai corpi e ai silenzi. La macchina da presa resta vicina ai volti, come se temesse di infrangerli. Jessie Buckley compone un dolore che non ha bisogno di parole: il suo sguardo si svuota e insieme si intensifica, ogni gesto è carico di memoria. Paul Mescal incarna un uomo che non sa abitare la perdita e cerca rifugio altrove, nel lavoro, nella distanza. La frattura coniugale che ne deriva non è gridata, ma percepibile in ogni pausa, in ogni sguardo mancato.
In questo scarto tra le due interpretazioni della sofferenza, si innesta il tema più ampio del film: il rapporto tra vita e creazione. La coincidenza storica tra i nomi Hamnet e Hamlet non viene trattata come spiegazione didascalica dell’opera ma come intuizione della regista. Zhao suggerisce visivamente e attraverso la storia come l’arte sia capace di emergere lì dove l’indicibile cerca faticosamente una forma. Il teatro, allora, diventa luogo di trasfigurazione quasi miracolosa: uno spazio in cui il dolore privato si fa parola condivisa. Quando la tragedia shakespeariana prende vita sul palcoscenico, non assistiamo a una semplice citazione, ma a un moto di autentica catarsi in cui è lo sguardo di Agnes a guidare lo spettatore, un dialogo silenzioso tra ciò che è stato vissuto e ciò che viene rappresentato.
Dal punto di vista formale, la regista costruisce un’opera ibrida: dramma coniugale e riflessione metateatrale. Il montaggio rispetta un ritmo dilatato, che invita a una tensione contemplativa; la musica accompagna senza sovrastare; gli spazi aperti dialogano costantemente con gli interni più raccolti, creando un contrasto che amplifica la fragilità umana di fronte alla vastità del mondo. Se nella prima parte il racconto può apparire volutamente rarefatto, nella seconda trova una densità emotiva che ne ricompone le linee. La regista non cerca effetti, ma profondità.

È un film che non teme la lentezza, né il silenzio. Questa scelta può risultare impegnativa per chi si aspetta una narrazione più convenzionale, ma è proprio nella sua integrità che Hamnet trova la propria forza. Zhao costruisce un’opera che chiede partecipazione, che invita a sostare nel dolore senza offrire scorciatoie narrative. Eppure, nel farlo, lascia intravedere una forma di speranza: la possibilità che la perdita venga restituita alla vita attraverso l’arte, un nodo inatteso che tiene insieme l’immanenza della morte e la magia dell’esistere. In definitiva, Hamnet – Nel nome del figlio è un film che unisce rigore formale e calore emotivo, poesia visiva e lucidità critica. Racconta una storia del XVI secolo con una sensibilità profondamente contemporanea, ridando centralità a una figura femminile troppo a lungo rimasta ai margini della Storia.
È un’opera che non si limita a narrare un lutto, ma lo percorre con rispetto e profondità, ricordandoci che dietro ogni grande creazione esiste una vicenda umana fatta di amore, assenza e silenzio. E che proprio in quel silenzio, se siamo disposti ad ascoltarlo, può nascere la forma più autentica di bellezza.
di Ilaria Maciocci
