Handpainting, visual art e fashion film. Il bellissimo mondo distorto di Virgilio Villoresi nel tempo ha regalato piccole opere d’arte dal carattere eccentrico, visionario, contando nella sua carriera collaborazioni artistiche con il mondo della moda, della grafica e dell’architettura. Il fashion film, soprattutto, diventa per Villoresi l’espediente perfetto per affinare la propria tecnica nello stop-motion e dar vita al suo nome nel campo del visual storytelling.
In Oz, spot pubblicitario per Valentino Garafani, osserviamo le due iconiche scarpette rosse della piccola Dorothy muoversi a tempo di musica, mentre nel Circus di Etro veniamo teletrasportarti in un mondo circense simil Lorenzo Mattotti in cui le borse del marchio prendon vita e iniziano a parlare tramite le immagini. Come viene dimostrato da questi brevi prodotti visivi, il tocco eccentrico del regista si sposa magnificamente con il vestiario e gli accessori del marchio di turno. Queste piccole operette, se possiamo chiamarle così, servono a Villoresi come palestra per esercitare quella che, in futuro, sarebbe stata la sua tecnica audiovisiva. L’Orfeo di Dino Buzzati viene di slancio, come unione tra il cinema in stop-motion e la graphic novel.
L’autore italiano immagina per questo personaggio classico una dimensione alternativa. Siamo, infatti, in una Milano antica degli anni ’60 pervasa da un’oscura malinconia. La macchina da presa si muova come in preda ad una possessione in un locale notturno che tanto ricorda quello di David Lynch in Velluto Blu. Al pianoforte un ragazzo, Orfeo, illuminato da una gelida luce che ne scopre pian piano il volto. Ad un tavolo vi è Eura, giovane ballerina dagli occhi chiari e dall’eleganza quasi soffice. L’amore che sboccia tra i due è impenetrabile e impossibile da scalfire. Lui è un giovane innamorato, lei invece è dannata, destinato all’ineluttabile. Quando Eura scompare, al suono di un corno misterioso, la realtà inizia a distorcersi, immergendo Orfeo, come lo spettatore, in un sogno allucinogeno in cui realtà e visione si fondono in un un’unica essenza. Da qui in poi si cela la vera arte di Virgilio Villoresi, quella stessa arte che caratterizzava il cinema di Méliès, il fumetto di Buzzati e il fantasmagorico di Lynch.
Il giovane protagonista ventiseienne Luca Vergoni torna questa volta a Venezia (dopo La scuola cattolica) con un’interpretazione ali antipodi: qui fragile e disorientato, ci ricorda il Viktor de La Sposa Cadavere in una veste contemporanea. Il volto di un uomo innamorato in Buzzati diventa specchio della vulnerabilità dell’essere umano, in un’Italia post-guerra ancora debole dinanzi agli spettri del passato. Giulia Maenza, invece, appare sullo schermo fin dall’inizio con un’aura misteriosa. Il suo corpo alto e longilineo si libra come un cigno bianco tra le coreografie della macchina da presa e nel silenzio narra allo spettatore e al nostro Orfeo di una morte brutale, ma leggiadra. Questi due personaggi, contrapposti all’oscura apparenza dell’uomo interpretato da Vinicio Marchioni e dalla macabra giacca volante, ricordano moltissimo il biancore dei protagonisti dei film di Tim Burton, sempre cosparsi da questa delicata presenza fisica e incontrollato disorientamento spaziale. Inoltre, gli spettri che compaiono in questo mondo-sogno alternativo, prime tra tutte le tre teste bianche che molto ricordano degli occhi svolazzanti, vedono gli stessi grandi occhi tipici dello stop-motion del regista americano, quasi come fosse un ricordo, un omaggio alla sua arte gotica e tenebrosa. Impossibile poi menzionare l’incredibile lavoro di Angelo Trabace che, in manier simile a Danny Elfman, racconta del fiabesco in una composizione così presente da sembrar un personaggio a tutti gli effetti.
L’Orfeo di Virgilio Villoresi è per questo un viaggio che, nei suoi soli 74 minuti, accoglie lo spettatore invitandolo a perdersi, perdersi nei meandri di immense scenografie ricostruite ad hoc e tra gli abiti più pazzi che un reparto costumi possa partorire. Il lavoro di Riccardo Carelli, Federica Locatelli e dello stesso Virgilio Villoresi nelle scenografie e di Sara Costantini nel reparto abiti dona al lungometraggio quel senso di artigianalità palpabile e quasi commovente che solo in pochissime produzioni si può percepire. Lodevole è inoltre l’immenso contributo di Daniele Iacuitto e Giulia Gaia Bombelli nel reparto degli effetti visivi. Fin dai titoli di testa la loro arte appare quasi in ogni inquadratura, in cui il live action si fonde, fotogramma dopo fotogramma, ai diversi inserti artistici scelti dal regista. Ma è con i titoli di coda che Orfeo chiude la sua poesia, abbandonandoci ad una realtà che forse avevamo dimenticato, ma a cui dovremo sempre ritornare. Una mano inizia a girare una piccola manopola che pian piano avvolge una lunghissima pergamena su di sé. I nomi degli attori e della crew scorrono lenti, in questo bellissimo quadro che quasi sembra un miracolo.
Regalatevi un sogno e correte al cinema, perché tutti amiamo perderci, almeno per un po’, in qualcosa di struggente e bellissimo.
di Gabriele Agostinoni
