Labbra arricciate – “Il Diavolo Veste Prada 2” di David Frankel

Nelle poche, affilate e lapidarie righe che seguiranno, assisterete al funerale della Runway che un tempo fu, quella tagliente, sfacciata e che ora appare come una copia sbiadita di un fantasma ormai passato.

Il Diavolo Veste Prada 2 arriva con un ritardo dilagante rispetto al primo capitolo: tempi cambiati, attori arrugginiti e una voglia inesistente di raccontare ancora qualcosa. Questo seguito di David Frankel si propone come uno specchio dell’oggi contemporaneo, del decadimento dell’industria del couture, della carta stampata e del sistema lavorativo statunitense. Eppure, il film non sembra parlare di tutto ciò.

Le pochissime pillole che la trama tenta di imboccare allo spettatore, già stordito dalla pesantissima campagna promozionale degli ultimi mesi, perdono forza e spessore pochi attimi dopo, ogni volta. Dallo sfruttamento sul lavoro al politically correct, tutto sembra ruotare attorno all’idea di una correzione narrativa sulla condotta precedente dei personaggi, distruggendoli e ricomponendoli senza alcuna logica, come se il cinema hollywoodiano e mondiale non fosse più in grado di concepirne di controversi.

Come facciamo, dunque, a parlare di un “diavolo” se non ne abbiamo più uno?

Miranda Priestley, nel mondo di David Frankel, preso in prestito dal romanzo di Lauren Weisberger, è un’icona di stile, connotata dal suo lucente capello marmoreo, lo sguardo gelido e penetrante e la aplomb di una contessa con le maniere di un rapace. Grazie all’indimenticabile interpretazione di Meryl Streep nel 2006, Miranda Priestley è ben presto diventata un simbolo nella recente storia dei villain di commedia. Ma, come voluto dalla stessa attrice, doveva cambiare, doveva iniziare a comprendere, empatizzare e, soprattutto, ceder terreno. Il personaggio mostratoci in questo secondo capitolo non ricorda affatto la stessa “donna drago” del principio. La neve che le ricopriva il cuore sembra ormai disciolta, lasciando scoperta una superficie fragile e smarrita. Un personaggio che poteva divorare l’intera trama, l’intera New York, ma che rimane solo una caricatura insensata di una donna sfranta che ormai ha abbassato la maschera.

Perché tutti questi magheggi per far in modo di umanizzare un personaggio che, in realtà, già lo era?

L’incomprensibile cambiamento che caratterizza Miranda Priestley appare insensato anche agli stessi personaggi del film e avviene, nel corso della visione, affinché una trama fiacca e inconcludente possa scorrere senza intoppi. Dalle battutine sagaci alla testa che annuisce ad ogni ordine impartito, ci chiediamo cosa possa aver spinto ad un tale cambiamento. Anche il simbolismo cristiano dell’Ultima Cena di Leonardo DaVinci non basta a convincerci che prima non esistesse una Miranda umana, già palesemente ferita da una vita privata distrutta e una necessità di difendersi dal crudele mondo esterno.

Il cast vanta anche il ritorno di altre grandi star del fortunato prequel. Con Anne Hathaway a Stanley Tucci, Andy Sachs e Nigel Kipling tornano dove li avevamo lasciati. La prima è un’affermata giornalista, sempre connotata dalla sua sprezzante risolutezza e capacità decisionale; il secondo continua ad investire nel fenomeno Runway, dimostrando fedeltà e dedizione al grande marchio. Nonostante, però, un’iniziale apparente certezza, entrambi ben presto rovineranno le aspettative, perché se David Frankel pensava di accontentarci con il primo e unico articolo che lascia scrivere a Andy nei primi minuti del film, si sbagliava di grosso. Andrea, di fatto, non combina nulla in questo secondo capitolo: scrive un paio di articoli per risollevare l’immagine ormai in rotta di collisione di Runway e poi si eclissa a mera figurante per il resto del minutaggio. Mai valorizzata dai giusti abiti, mai stimata dalla sua stessa troupe narrativa, viene, oltretutto, affiancata ad una sotto trama romantica che definire inutile è dir poco. Anche per Nigel speravamo in qualcosa di più. Sempre nei panni della spalla comica, si limita a poche battute simpatiche mentre compare, di volta in volta, nelle stesse dinamiche narrative del primo film, ottenendo, alla fine, il riconoscimento di carriera più stupido che la sceneggiatrice Alina Brosh McKenna potesse pensare. L’unica a salvarsi in questa nave che affonda è Emily Charlton, interpretata dalla fantastica Emily Blunt che, ancora una volta, riesce a raccontare a tutto tondo un personaggio difficile e ossimorico, perfettamente adattato al presente del management stilistico e che, forse, aveva ancora qualcosa da esprimere.

Ma come si adatta Il Diavolo Veste Prada 2 all’attuale panorama commerciale?

Il primo capitolo, venti anni fa, arrivava in un momento storico perfetto, cavalcando l’onda del glamour newyorkese lasciata dall’iconica serie Sex and The City e vantando un cast all’epoca azzeccatissimo. Adesso, tutto quello che riusciamo a fare è lamentarci dell’avanzare della fruizione via media e della morte della carta stampata. Il discorso che il film pone su questo argomento è assai ambiguo. Le metrics ampiamente citate sul tasso di lettura delle persone sui social network vengono messe sul tavolo senza un fondamento o spiegazione oggettiva, come se in realtà non si stesse parlando della stessa New York costellata di giornalai e negozi di riviste. È indubbiamente vero che il mercato cartaceo ha subito un calo rispetto a venti anni fa, ma il campo della moda e del gossip nella grande mela rimane, ancora oggi, piuttosto ancorato sugli scaffali delle librerie. Dunque, di cosa stiamo parlando effettivamente? Di quale morte abbiamo premura di raccontare? Del giornalismo? Del mondo della moda? Ciò che David Frankel cerca di portare avanti attraverso una sceneggiatura confusa, frammentaria e sconclusionata, è un impasto che coinvolga più critiche possibili al mondo lavorativo di una grande azienda americana qualsiasi, tra tecnicismi a cifre spropositate da rilancio fino ad una negoziazione maschilista di un personaggio iconico (perché, come detto prima, non può più esistere una Miranda Priestley al giorno d’oggi).

La gigantesca produzione del film ha, inoltre, affermato della difficoltà nell’accogliere tutte le richieste di partecipazione dei vari brand di moda. Nel 2006 in molti, invece, avevano rifiutato per paura di Anna Wintour (tranne il visionario Valentino), mentre ora si fanno a gara per ottenere un briciolo di inquadratura. Dall’incessante product placement agli innumerevoli cameo, Il Diavolo Veste Prada 2 è un’accozzaglia di “roba”, di marchi di bevande, di cantanti di ogni genere, di imprenditori, un calderone mal assortito che altro non sembra che il falso di un film immortale, algido e senz’anima.

E poi ci sono i vestiti, la moda, quella che Frankel tenta ancora una volta di metter in scena con tutte le sue contraddizioni. C’è il buio delle passerelle, la star di turno che si esibisce in favore della rivista, le sfilate tra i grattacieli della caotica New York e gli affreschi della nostrana Milano. Tutto sembra perfetto finché non ci si sofferma sugli abiti, misti, senza una storia da raccontare, senza un collegamento in linea con trama o personaggi. Appare tutto buttato lì, addosso agli attori, in preda ad un consumismo spasmodico tipico dei più affollati corridoi di un supermercato. Abiti non più iconici, non più caratteristici, che otterranno sì il loro momento di gloria sui piatti schermi del 21esimo secolo, ma che non rimarranno più come l’intramontabile maglioncino ceruleo della nuova Emily. Il tentativo lo si cerca con pochi capi, con cura selezionati o no, quale la giacca ricoperta di nappine multicolor indossata da Miranda, che quasi sembra omaggiare l’abito verde ricavato da una tenda di Rossella O’Hara in Via Col Vento. Dov’è finito lo studio del colore sugli attori o l’abito che parlava per il personaggio? Dov’è finito il coraggio del primo Diavolo Veste Prada nell’affrontare di petto quell’iconica tossica frase “tutti vogliono essere noi”?

La verità è che non c’è più. Persino tra i più grandi degli interpreti di Hollywood manca la voglia di sfidare il web rischiando di sbagliare, persino da una come Meryl Streep che, infatti, sembra rimasta a più di dieci anni per ruoli memorabili. La stessa mancanza di spina dorsale di cui molti registi, tra cui Frankel, è affetta nel creare nuove opere originali e indipendenti, scardinate da logiche di mercato preconfezionate e scadenti. Sembra di fruire un prodotto impacchettato da quella fast fashion che tanto sembra criticare quanto, nella realtà dei fatti, emulare, sfornando ogni anno sceneggiature che non sembrano altro che lavori prodotti da quella stessa intelligenza artificiale da cui “sicuramente ci discostiamo!”.

Eravamo corsi nelle sale con il nostro abito migliore, rispondendo alla chiamata di un’entusiasta Anne Hathaway. Purtroppo, però, usciamo delusi, amareggiati, con le labbra arricciate, più seri della vera Miranda Priestley.

Catastrofe”.

di Gabriele Agostinoni