L’angolo sbagliato del ring – “The Smashing Machine” di Benny Safdie

Il 2025 è l’anno in cui i fratelli Safdie si sfidano, si disgregano in due prospettive opposte e quasi arroganti, uno puntando sullo stravagante biopic comandato dalla fama del colossale Dwayne Johnson, l’altro strizzando l’occhio alla critica con un finto film biografico interpretato dall’idolo dei giorni d’oggi Timothée Chalamet. 

Nel primo caso vediamo The Smashing Machine, diretto da Benny Safdie e fresco del Leone d’Argento per la miglior regia all’ultimo festival di Venezia. Gli eventi narrati seguono il problematico biennio del lottatore di arti marziali miste Mark Kerr, la sua dipendenza dagli oppiacei e l’altalenante relazione con la compagna Dawn Staples.

L’apertura del lungometraggio è dedicata ad una sequenza in puro stile retrò, affidata ad un’estetica in VHS, volutamente cheap saturatissima. In questi primi istanti il regista mette in mostra il protagonista nei suoi giorni migliori, in cui le sfide non sembravano così dure da vincere. Assistiamo così i primi scontri, i primi pugni e i primi rigoli di sangue, mentre in sottofondo ascoltiamo la sincera intervista di Mark Kerr e i suoi punti cardinali. “I impose my will on you” afferma Kerr come terza modalità di combattimento. C’è, infatti, chi si vendica, chi si riprende la rivincita su un colpo inferto a caldo, chi invece, come Mark, impone la propria volontà su di te. Questa frase è l’essenza di ciò che vedrete durante la visione di The Smashing Machine, un film nato per bissare il successo del The Wrestler di Aronovsky a Venezia, ma che finisce per sembrare sia un esercizio di stile che uno spot pubblicitario per il merchandising di uno sport violento. Ma non fraintendetemi, non voglio puntare il dito contro la lotta. Anzi, molte delle sequenze “d’azione” sono interessanti e l’immersione in questa fotografia tanto “dreamy” e “glossy” le rendono intrattenenti e affascinanti. L’assunzione di oppiacei quasi sembra trapelare sullo schermo attraverso di esse, apparendo come una sensazione di un fatato e confuso straniamento, lo stesso che vieen messo ben in mostra dall’ottima recitazione del grande The Rock, ma che, a differenza di come si legge in giro, non regala la prova della vita come fece un tempo Mickey Rourke. 

Qui, infatti, il dito va puntato contro altro e, più nel particolare, verso stesse parole del regista:

“I wanted this movie to be an exercise in something I called “radical empathy”. If we can empathize with somebody who seems invincible than we can empathize with anybody”. 

The Smashing Machine non è un film empatico. Se lo fosse stato non avrebbe raccontato questa storia, non avrebbe raccontato la storia di un uomo incapace di provare riconoscenza e, appunto, empatia verso la propria compagna. La vera lotta che vediamo sullo schermo è, infatti, quella tra Mark e Dawn. Le loro estenuanti e costanti discussioni fondate sul non rispetto reciproco sfociano in ripetuti atti di aggressione psicologica, risentimento e incapacità al dialogo emotivo. Se solo The Smashing Machine avesse trattato con più garbo questo importantissimo lato della storia di Mark Kerr (a cui Benny Safide evidentemente non interessava così tanto) forse avremmo avuto un film migliore. Bisogna, però, finalmente citare Emily Blunt che qui fa di tutto pur di far arrivare il suo personaggio. La sua è la vera interpretazione del film, probabilmente oscurata dal momento di The Rock che per certo merita attenzione, ma non lo stesso plauso che va riconosciuto alla collega. Dawn Staples appare per la maggior parte del tempo come una donna semplice, dalle pochissime pretese e, soprattutto, sempre pronta a sostenere il proprio partner. Il momento culminante del proprio arco narrativo sta nelle poche lancinanti parole che la futura moglie scaglia verso Kerr: “You dont’ really know me”.

La verità, la stessa a cui forse neanche Benny Safdie è pronto, quella stessa verità che, come regista, ha cercato nell’angolo sbagliato del ring. In una semplice scena del film vediamo la coppia svagarsi ad una fiera. Dawn non vede l’ora di salire sull’Alien Abduction, la famosissima giostra che, grazie al moto velocissimo, dà la sensazione di non star ruotando. Mark preferisce non salire per non rischiare di sentirsi male, così Dawn, serena, sale da sole e si diverte un mondo. Poco dopo, Mark sale sul classico carosello per bambini e, in sella ad un cavallo finto dice: “That’s my speed”. 

Il vero punto fondante su cui The Smashing Machine gira attorno è questa frase. Come ci viene mostrato Mark, a noi appare come un uomo non interessato a mostrare empatia verso il prossimo, costringendo chi gli è attorno a rallentare per stargli accanto. Questo è il grande ossimoro offerto da Benny Safdie, un ossimoro che, senza le sue parole, avrebbe retto e avuto senso grazie all’oggettivo impianto estetico dato all’opera. Come dicevo, la fotografia vuol tentare di immergerti in questa dimensione onirica in cui Mark è costantemente inserito, una dimensione in cui neanche lui è conscio di trovarsi. La colonna sonora è un altro elemento da tener conto: le musiche jazz di Nala Sinephro sono così distanti dalle immagini mostrate dal regista che quasi sembrano avanguardistiche. Non è da tutti i giorni osservare uno scontro con dei pacati frammenti di sassofono in sottofondo. E forse è proprio questo ciò che vuol apportare all’immagine, come se un batuffolo di cotone si stesse appoggiando sulle nostre ferite aperte. 

Dopo questa visione, il paragone con il lavoro del fratello Josh Safdie sarà doveroso, ma ciò che rimane dalla prima opera in solitaria di Benny Safdie è la seguente. Il gusto estetico è impeccabile. L’impianto semi-giornalistico che emerge dal racconto è estremamente interessante, soprattutto se appoggiato ad un film dall’estetica simil-arcade anni ’80. Ciò che non arriva, però, è l’emozione. Quella che purtroppo ho aspettato di provare e che, invece, ha prodotto solo un malcontento generale.

di Gabriele Agostinoni