Frenesia, adrenalina. Caos! In pochi istanti veniamo catapultati nel bel mezzo di una rivoluzione, di una battaglia, quella che Paul Thomas Anderson ci racconta con un’opera monumentale e citazionista, in grado di destarci dal nostro intorpidimento da poltrona e di farci divertire, urlare e scendere in piazza a manifestare. One Battle After Another è l’ultima grande fatica di un regista che, dopo quasi trent’anni di carriera al servizio del cinema, dona al pubblico il suo prodotto più ambizioso passando, ancora una volta, da uno scritto di Thomas Pynchon.
La storia si apre con due personaggi incredibilmente carismatici, i due sovversivi di estrema sinistra, parte del gruppo rivoluzionario French 75 e coppia nella vita, Pat Cahoun “Rocket Man” (Leonardo DiCaprio) e Perfidia “Beverly Hills (Teyana Taylor) alle prese con la liberazione di numerosi immigrati in un centro detentivo controllato dal comandante Steven J. Lockjaw (Sean Penn), principale villain degli eventi e motore di sblocco per il proseguimento della trama. Proprio quest’ultimo, nei primissimi minuti di film, verrà catturato dalla sovversiva Perfidia, per la quale svilupperà una fortissima perversione sessuale e che poi riuscirà, in una seconda “battaglia”, a catturare e a convincere di diventare la propria amante segreta. Non serve molto tempo al nostro regista per mettere in campo tutta la follia che aveva preservato dai tempi di Boogie Nights e Inherent Vice. Infatti, in pochi minuti, lo schermo viene ampiamente riempito dalla recitazione dei nostri due protagonisti, anche se è il personaggio di Teyana Taylor a strabordare e impattare maggiormente lo spettatore con il suo linguaggio scurrile, esplicito, con il suo modo di fare profondamente malizioso, ma soprattutto libero, in grado di esaltare quella stessa libertà rivoluzionaria che con forza raccontava Warren Beatty nel suo colossale Reds del 1981 attraverso il personaggio di Louise Bryant.
Negli anni abbiamo visto Paul Thomas Anderson spaziare tre i generi e i soggetti, riuscendo a portare sullo schermo film molto diversi tra loro a distanza di pochi anni. Il suo carattere poliedrico risiede nel suo ampio spettro registico e nella sua capacità di incapsulare una sorta di binomio filmico. Da un lato possiamo vedere la sua vena umoristica e sfacciata, maggiormente rappresentata da Licorice Pizza e dai due precedentemente citati Boogie Nights e Inherent Vice, mentre dall’altro vediamo sceneggiature molto complesse e oscure come Magnolia, There Will Be Blood, The Master o Phantom Thread. Elemento sempre presente nei suoi lavori è il grandissimo lavoro svolto sull’attore: è abitudine, ormai, ritrovarsi dinanzi a grandi interpretazioni che poi sono riuscite a segnare la storia del moderno cinema statunitense. In quest’ultimo film, degni di nota, più di tutti, sono il camaleontico Leonardo DiCaprio che con il suo affaticato Bob Ferguson, esplicitamente ispirato al Drugo dei fratelli Coen, ci riporta un misto di esilarante comicità e dinamica filmica, ricordando quella stessa ironia che solo un anno fa portava sullo schermo Sean Baker con il suo Anora, e Sean Penn, qui in un’interpretazione insolita, estremamente fisica ed esplicita, che probabilmente lo avvicinerà ai villain raccontati nei film di questo genere.
Come detto nelle primissime righe, One Battle After Another è un film citazionista e postmoderno, poiché riesce a condensare nelle sue quasi tre ore di durata l’occhio estetico e macchiettistico di un grande delle serie tv statunitensi come Vince Gilligan (vi sono immagini che riprendono chiaramente alcune scene iconiche di Better Call Saul), l’inconfondibile forza rivoluzionaria del grande Spike Lee (inutile starvi a ricordare Blackkklansman o Da 5 Bloods), la costruzione tensiva del regista William Friedkin (che con The French Connection insegna ad Anderson la sottile linea che vi è tra brutalità e giustizia) e lo studio dello spazio del maestro del recente cinema americano Steven Spielberg che omaggia con l’incredibile scene di inseguimento in automobile (acutissimo omaggio al suo Duel).
“VIVA LA REVOLUCION!” tuona DiCaprio in numerosi atti di rivolta accompagnati da immortali brani di protesta come The Revolution Will Not Be Televised di Scott-Heron o Ready or Not (Here I Come) dei Jackson 5. Una colonna sonora che, dunque, vuole rievocare un certo tipo di sentimento e risvegliare l’animo rivoluzionario che dimora in ognuno di noi, anche grazie al lavoro di Johnny Greenwood, chitarrista dei Radiohead e storico collaboratore di Anderson, il quale incide su strumento tracce di particolare intensità, in modo molto diverso dalle precedenti composizioni o dagli ultimi lavori western, nel caso di The Power of The Dog, o dramma, in quello di Spencer. Unica nota stridente di una costruzione pressoché perfetta, tra numerosissime scene d’azione ed esilaranti momenti topici, è il finale, abbandonato ad un sentimentalismo estraneo alla normalità espressiva del regista che, questa volta, ha forse deciso di inserire per raggiungere una fetta più ampia del mercato statunitense, smorzando quella che fin dall’inizio era una narrazione sfrenata ed eccentrica.
Oltre ad essere film citazionista, One Battle After Another è però un film profondamente attuale e necessario. Basti dare un’occhiata fuori dalla finestra di casa in queste pazze giornate d’autunno per vedere che in strada, nelle piazze, ci sono centinaia di migliaia di persone unite sotto un’unica voce che gridano e chiedono al mondo di aprire gli occhi su quanto sta accadendo dall’altra parte del Mediterraneo. Persone unite sotto un’unica bandiera che, stanche di aver mandato giù bocconi troppo amari per così tanto tempo, marciano per un nuovo domani, pacificamente. Ciò che, però, appare più ironico nel menzionare l’attuale situazione geopolitica in merito a questo film, è la sagoma cinematografica che si va a delineare dell’attore Leonardo DiCaprio in netto contrasto con la sua immagine pubblica e del compositore Johnny Greenwood, personalmente coinvolto nella causa israeliana.
Marvin Gaye diceva che la guerra non è la risposta e che l’amore può vincere sull’odio. Pochi anni prima Bob Dylan, in Masters of War, invece, sputava queste parole in faccia ai governi e agli uomini di potere:
And I hope that you die
And your death will come soon
I’ll follow your casket
By the pale afternoon
And I’ll watch while you’re lowered
Down to your deathbed
And I’ll stand over your grave
‘Til I’m sure that you’re dead

di Gabriele Agostinoni
