Miglior Opera Prima nella sezione Alice Nella Città, al festival del cinema di Roma viene presentato l’esordio alla regia di Ronan Day Lewis, lungometraggio che segna, inoltre, il grande ritorno alla recitazione del tre volte Premio Oscar Daniel Day Lewis. Anemone prende il nome dall’omonimo fiore, simbolo di fragilità, abbandono e speranza, che come un fantasma accompagna i protagonisti lungo la narrazione.
Daniel Day Lewis riprende la sua carriera interrotta bruscamente nel 2017 con Phantom Thread di Paul Thomas Anderson con un ruolo singolare. Ray Stoker è un uomo misterioso, burbero, rozzo e profondamente scurrile, il quale vive isolato da circa 20a anni in una baita nel mezzo del bosco inglese. Il fratello Jem (Sean Bean), sotto richiesta dell’ex moglie di Ray, giunge dal fratello per chiedergli di tornare a causa di un malessere emotivo del figlio adolescente Brian. La narrazione che sceglie Ronan Day Lewis è, il più del tempo, affidata alle immagini. Questa scelta, seppur rispettabile, si scontra immediatamente con la presenza di numerosi e conseguenziali monologhi affidati agli attori. Anemone così risulta, più che un film contemplativo, un’opera teatrale profondamente filosofica. La prova attoriale del suo atteso protagonista risulta inoltre su tutto un altro binario, ma andiamo per gradi.
Il film inizia presentandoci subito il motore dell’azione: il disagio di Brian e la richiesta della madre Nessa nei confronti del cognato Jem. La sequenza in cui Sean Bean viaggia in direzione del fratello Ray è molto lunga e ricca di immagini spettacolari. Il montaggio vede un’alternanza tra il viaggio nei boschi di Jem e la quotidianità di Ray. Entrambe le parti ci vengono visivamente descritte come in un film thriller, tant’è che molto spazio viene lasciato alla roboante colonna sonora di Bobby Krlic, ai suoi momenti di pathos e tensione, mentre sullo schermo passano immagini che sfoggiano un elevato studio fotografico. Natura, rombi, dramma. Una prima sequenza, quasi insensatamente caricata di dramma, che serve a presentare e descrivere il complesso rapporto fraterno dei due personaggi.
E’ da questo momento, e andando avanti con la visione, che iniziamo a capire cosa aspettarsi da Anemone. Presentatoci come film suoi rapporti familiari e padre/figlio, ciò che appare è un ossimoro ben evidente. Se da un lato è lodevole aver trovato un modo per riportare al cinema Daniel Day Lewis, dall’altro è estremamente irritante vedere su schermo un prodotto che sarebbe stato destinato alla scena teatrale. Infatti, la sceneggiatura che percepiamo da spettatori sembra quasi abbozzata e totalmente oscurata (soprattutto dal punto di vista comunicativo e di marketing) dalla presenza di Day Lewis senior, il quale, comunque risulta distanti dai suoi precedenti ruoli in Nel Nome Del Padre, Lincoln o Il Petroliere, quest’ultima considerabile una delle più grandi prove attoriali mai registrate. Quasi totalmente inutili, inoltre, le presenze sullo schermo di Sean Bean e Samantha Norton, i cui personaggi appaiono o come spalla in scena o per pochi momenti non degni di menzione. Immagini meravigliose quanto futili e pesanti monologhi di riempimento che catturano l’attenzione solo perché affidati ad un maestro della recitazione, un attore che purtroppo non fa altro che sovrastare l’opera, inglobandola nelle sue stesse movenze. Quello che probabilmente si sperava era di generare un flusso grazie al ritorno dell’attore, ma quello che si è dimenticato è che non basta solamente una grande macchina per arrivare primi, serve anche un grandissimo pilota. Di certo Anemone dispone di incredibili attori sulla scena, primo tra tutti il suo attesissimo protagonista, ma ciò che manca al film è sia un esperto regista che sappia gestire la grandezza dell’attore, sia di una salda sceneggiatura alla base. Tutto questo purtroppo manca, rendendo la visione del lungometraggio molto lunga, pesante, e con pochi momenti interessanti per la trama.
Anemone non è certamente un brutto film, ma ne va compresa la visione, venendo a patti con ciò che rappresenta: un bellissimo ed infinito videoclip teatrale. Il giovane regista Ronan Day Lewis ha infatti dato vita ad una meravigliosa esperienza visiva, ma non ad un film, portando sul grande schermo qualcosa che doveva appartenere ad altro, probabilmente ad una sala in cui gli occhi del pubblico interagiscono direttamente con quelli dell’attore. Nota di pregio che si può fare a suo favore è la ricerca dell’inquadratura, che appare metodica e artisticamente curata, come nell’atto di dipingere un quadro. E’ poi interessante il significato che il regista ha voluto dare al film e il modo in cui ha posizionato il suoi simbolismo. Come abbiamo già detto, il fiore Anemone rappresenta prima di tutto la fragilità e in secondo luogo l’abbandono o la speranza, tutte sensazioni che arrivano alla fine della visione. La scelta di narrare e spiegar attraverso lo sguardo e la presenza di immagini eidetiche dona al film un’aura mistica e filosofica. Negli ultimi minuti, infine, vi è la massima rappresentazione di tale senso attraverso la resa di una figura acquatica e luminosa. Tale “creatura”, dalle distorte sembianze simili ad un longilineo cavallo, simboleggia l’ultimo dei significati dietro il fiore Anemone: l’innocenza, in questo caso, perduta del nostro protagonista.
Anemone è, dunque, un’opera cinematografica immersiva che cerca costantemente l’appagamento visivo e sensoriale, affidando a Daniel Day Lewis tutto il lavoro di riempimento di un’opera che, però, appare nella sua scrittura solo abbozzata.
di Gabriele Agostinoni
