Teletubbies e zombie – “28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa” di Nia DaCosta

Quarto film dell’universo horror di 28 Giorni dopo, 28 Anni Dopo – Il Tempio delle Ossa si mostra come un film sconvolgente che insegue la risata amare del black humor e il fascino dello splatter, affidandosi ad un finale che fa venir voglia di tornare al cinema i più affezionati. 

Il secondo capitolo della trilogia di Danny Boyle, diretto da Nia DaCosta, ci mostra come sia continuata la storia del giovane protagonista Spike (Alfie Williams) che, scappato dal padre alla fine del primo capitolo, viene rapito da quel che scopriremo essere in questo sequel il culto dei Jimmy, un culto satanista estremamente violento, composto da giovani in parrucche bionde e tute acetate. A capo del culto, Sir Lord Jimmy Crystal, interpretato da Jack O’Connell, un uomo convinto di poter parlare con il Vecchio Caprone, la cui cultura è cristallizzata alla televisione della fine degli anni 90’. Infatti, avendo vissuto lo scoppio dell’infezione dei non morti da molto piccolo, a livello culturale gli sono rimaste impresse solo poche rappresentazioni mediali della televisione, rendendolo ossessionato dai Teletubbies e portandolo a chiamare il culto dei Jimmy in onore di Jimmy Savile: volto popolarissimo della BBC nell’ambito della televisione per ragazzi, colpito poi successivamente (nell’ucronia del film non ancora accaduto) da uno scandalo di abusi. 

Il film si dispiega in due linee narrative che, nel suo concludersi, andranno ad incontrarsi: da una parte quella di Spike, costretto a prendere parte al culto dei Jimmy e al loro sadismo e dall’altra quella del dottor Ian Kelson (Ralph Fiennes), sul suo rapporto con un Alpha, un tipo di infetto dalla particolare stazza che sembra avere una parvenza di coscienza. 

Priva di sviluppi sostanziali di trama, la storia non sembra adattarsi al minutaggio del film ma più a quello di un mediometraggio. Le svolte sostanziali, infatti, avvengono solo nei primi minuti e negli ultimi del film, quando vedremo effettivamente del cambiamento nei personaggi. La mano dello sceneggiatore Alex Garland è evidente in quanto l’autore tende, come nel capitolo precedente della trilogia e nel film da lui scritto e diretto, Civil War, a una scrittura dai tempi sbrigativi, in cui la parte centrale del racconto manca di grandi eventi o punti di svolta, e con personaggi dal basso spessore. Se il culto dei Jimmy è sostenuto interamente dalla parte del personaggio di Jack O’Connell e in minima parte da Jimmy Ink, interpretata da Erin Kellyman, gli altri membri del gruppo rimangono inconsistenti e privi di spessore come singoli al di fuori della banda, relegati al ruolo di personaggi di contorno la cui morte, liquidata in mezza inquadratura, non riesce a lasciare il segno nello spettatore. L’unico rapporto in grado di convincere è quello tra il dottor Ian Kelson e l’infetto Alpha, che il dottore chiama Sansone. Il mostro viene presentato come una creatura terrificante e spietata che riesce a creare una continua situazione di tensione che potrebbe degenerare da un momento all’altro. In questo, il classico rapporto tra dottore pazzo e una creatura mostruosa viene interpretato in maniera interessante, anche grazie all’idea originale di una possibile cura per l’infezione, che non risulta forzata. 

La parte più difficile per la comprensione dell’opera è forse proprio riuscire a incastonare in qualche schema la natura del racconto, che da horror con scene piuttosto cruente sfocia poi in momenti assurdi e irrealistici, che non si riesce mai a capire fino in fondo se siano stati inseriti per far ridere o per stupire lo spettatore. Su questo grava anche la scelta di trovare un nemico facile e stereotipato come il satanismo. Rispetto al primo capitolo, l’antagonista è più forte e costruito, ma mancano forti scene di conflitto e il tutto si risolve in maniera sbrigativa nel finale.  

A livello registico, come succedeva in 28 anni dopo, il film rimane più interessante nei suoi primi 20 minuti, lasciandosi poi andare a un’estetica molto più classica e impostata.

Questa organizzazione registica, in cui si rende evidente una poca coerenza stilistica, fa pensare che in realtà queste particolari idee iniizali, volte a destabilizzare lo spettatore, non siano state messe per un vezzo autoriale o per sperimentazione, ma piuttosto per fare il verso a quella estetica più povera – ma anche per questo decisamente più punk – del primissimo film della saga, 28 giorni dopo

Il film rimane una visione interessante se si è appassionati del mondo degli zombie e interessati a trovate registiche particolari, ma per uno spettatore più attento risulterà un film mancante di spessore, soprattutto nella scrittura.

di Paolo Massimo Pastore