Uso e sfruttamento dell’immagine nostalgica – “Il Falsario” di Stefano Lodovichi

Antonio Chichiarelli, abile falsario ed esponente della malavita italiana legato alla banda della Magliana, è il soggetto raccontato dal regista Stefano Lodovichi nel suo Il Falsario, presentato alla Festa del Cinema di Roma. Sotto l’attenta direzione produttiva di Netflix Italia, Il Falsario racconta la fascinosa Roma degli anni ’70, gli anni di Piombo e il caso Aldo Moro, passando per un viaggio allucinogeno che, lentamente, annebbia sempre più la mente tra improbabili indumenti e colonne sonore disco, come se Roberto Raviola incontrasse una Raffaella Carrà sotto l’assunzione di sostanze psicotrope.

Il film si apre immediatamente sui nostri protagonisti, tre fratelli che, trasferitisi da Rieti, si adoperano nel mettersi in mostra nel panorama mondano della capitale. L’occhio del regista si concentra maggiormente su Toni, aspirante pittore e artista che, imbucatosi una sera in un locale notturno durante una festa, troverà primo fra tutti la sua strada. La conoscenza di Donata, affermata gallerista d’arte, darà una svolta significativa alla sua attività, inserendo il giovane artista nel contesto malavitoso del periodo, tra contrastanti schieramenti politici a atti rivoluzionari più grandi di lui.

La forma di Pietro Castellito, abbellito da folti baffi e una lunga capigliatura, appare, ancora una volta, dopo le pregresse partecipazioni in Freaks Out e Diva Futura, convincente in opere non di sua creazione. Se inizialmente, dopo la sua comparsa da regista con I Predatori, potesse sembrare un qualsiasi figlio dei vantaggi del nepotismo cinematografico, con Enea e con le successive prove attoriali si conferma una valida alternativa tra tante proposte fra loro omologate. Pietro Castellito non è di certo un genio o la punta di diamante della recitazione italiana, ma la sua visione di Roma, seppur relegata ad una classe sociale alta e privilegiata, rimane affascinante nella sua iconicità spocchiosa e altezzosa. La recitazione dell’attore è, infatti, quasi sempre pervasa da questo senso di superiorità che, in qualche modo, affascina lo spettatore romano. Diversissimo dal padre Sergio, sempre improntato verso personaggio burberi e quasi schizofrenici, Pietro gioca con i suoi personaggi su un’eccentricità stralutana, tipica di chi ha, anche nella peggiore delle situazioni, le spalle coperte.

Immagine tratta dal film Il Falsario

D’altro canto, altri come Edoardo Pesce, Andrea Arcangeli o Pierluigi Gigante si confermano nella loro importante presenza scenica, nella gravità del loro tono di voce e nella resa di personaggi sempre più drammatici, in alterità con Claudio Santamaria che, invece, dopo l’unico e inimitabile Lo Chiamavano Jeeg Robot, non riesce più a trovare un ruolo credibile ed efficace. Torna sulle scene anche Giulia Michelini che, dopo molti anni, torna in un ruolo di punta anche grazie all’ampio raggio di copertura di Netflix. Il personaggio di Donata, presentatoci non come mera seduttrice ma come astuta venditrice senza scrupoli, viene sviluppato solo inizialmente per poi apparire esclusivamente come comparsa sullo sfondo della vita familiare del protagonista nella sua lotta con la giustizia e la morale.

Ciò che, però, ricorderemo maggiormente di questa visione sono le parole del regista Stefano Lodovichi che, alla nostra domanda sul perché fosse stata scelta Ostia come location secondaria, pongono l’accento sulla ricerca di zone adatte sia al racconto che alla resa scenica per la propria bellezza non sempre raccontata nel cinema. In questo caso, è stata scelta non per la sua reputazione, ma come sfondo cinematografico per le sue qualità architettoniche e paesaggistiche. Sempre sotto i riflettori della stessa casa di produzione e distribuzione di Suburra e altre opere simili, Ostia è sempre stata etichettata come l’attuale fornace della criminalità, destinata a soccombere sotto il suo stesso nome e senza possibilità di salvarsi, condannando ogni suo abitante a questo becero pregiudizio generale. Fortunatamente, negli ultimi anni questa zona viene sempre più raccontata per i suoi scorci, le sue strade, la sua bellezza, ma soprattutto per le sue storie, una volta per tutte, scardinate dal solito immaginario collettivo. Finalmente qualcuno è riuscito a capire che una storia non è drammatica poiché ambientata in un luogo, ma è il luogo che diviene drammatico per le storie che abita.

Con Il Falsario, Stefano Lodovichi distrugge l’immaginario sognatore della Roma degli anni ’70, tramutando un teso squarcio politico ben preciso in una godibile opera dalle tinte fumettistiche sapientemente connotata dalla cultura popolare dell’epoca. Non sono pochi, infatti, i cenni musicali inseriti nella colonna sonora di Santi Pulvirenti (dalla già citata Raffaella Carrà alle iconiche composizione di Franco Battiato). La messa in scena, dalle dettagliatissime scenografie ai coloratissimi costumi, serve ad inserire il prodotto in un contesto culturale ben riconoscibile, atto ad inserire lo spettatore, più che nella storia, nell’atmosfera dell’epoca. Il Falsario, infatti, come tanti altri prodotti del marchio Netflix (primo fra tutti Stranger Things) deve necessariamente trasmettere una sensazione nostalgica, la stessa che, negli ultimi anni, si è scoperta essere una delle principali ragioni del successo commerciale di determinati prodotti o saghe audiovisive, soprattutto nella serialità.

L’importante produzione che si percepisce, inquadratura dopo inquadratura, aiuta il prodotto nel suo apparire professionalmente curato e, anche se debole nello scorrere della narrazione per via di un’altalenante ritmo scenico, riesce perfettamente a centrare il target o l’obiettivo primario della sua missione: sfruttare l’effetto nostalgico di un’immagine, senza ricorrere all’etichetta del pregiudizio.

di Gabriele Agostinoni