Ancora una volta la regista americana Kathryn Bigelow ci stupisce con il suo nuovo film A House of Dynamite, presentato alla mostra di Venezia del 2025 e inserito nel catalogo Netflix dal 24 Ottobre dopo un periodo theatrical minimo.
La pellicola si occupa di raccontare tutte quella organizzazione del potere che entra in gioco quando negli stati uniti d’America sta avvenendo una crisi militare internazionale. Nel caso di questo film: un ordigno nucleare, di cui è sconosciuto lo stato dal quale è partito, che minaccia lo scoppio di un conflitto globale su larga scala. Rimane accurata tutta la ricostruzione dei meccanismi del potere statunitensi che si attivano in un momento di crisi. Forse quello che rimane la parte meno accurata al livello tecnico sia il fatto che non è attesa un’incapacità generale di prendere un’ordinata decisione nell’arco di 20 minuti. Di fatti, quelli che possono sembrare pochi minuti per gli scenari ricostruiti sono un lungo lasso di tempo in cui si dovrebbe aver già fatto mente chiara su come agire in uno scenario del genere.
Quello che più è apprezzabile sul piano della narrazione di questo film è il fatto che sia critico nei confronti di una serie di sistemi di potere ma che contemporaneamente ne sia estremamente consapevole e ci sia stato un profondo studio dietro quest’ultimi. Infatti, lo spettatore rimane inizialmente frastornato dalla quantità di situazioni e informazioni che gli vengono scagliate contro ma sarà proprio la sensazione che proveranno i vari protagonisti della storia che, pensando di una vivere un’altra semplice giornata di lavoro, si ritroveranno a dover fronteggiare una situazione al di fuori della statistica e delle previsioni.
La critica al sistema è palese: la deterrenza nucleare funziona e i suoi principi sono saldi. Io, stato, garantisco che se mi attacchi verrò distrutto e che verrai distrutto anche te. Tu farai lo stesso e quindi diventa sconveniente attaccare per entrambi. Quando questo semplice principio viene meno il sistema crolla e inizia il delirio politico-militare. Se decade il contratto di mutually assured destruction sono fautori essi stessi del disastro.
Quest’ultimo concetto si sposa ad una trama che mostra prontamente il lato umano di chi deve lavorare in queste situazioni. L’attenzione a mostrare i vari punti di vista e far rivivere la storia più volte porta lo spettatore a non trovare un colpevole su cui riversare tutte le conseguenze del potere decisionale. Questo dovrebbe veramente far prendere coscienza su quanto andrebbe gestito tutto con estrema cura. Fanculo l’isteria, le paranoie, il petto gonfio. Abbiamo armi di distruzioni di massa e l’unico modo razionale e collaborativo di impedire che esplodano è garantire che quando esplodano tutto il mondo finisca.
Per chi ha letto un paio di analisi sui film di Kathryn Bigelow qui troverà un’altra volta pane per i suoi denti. è impossibile non parlare del regime scopico che si instaura all’interno del film dove nella maggioranza delle inquadrature è sempre presente uno schermo. Schermi per monitorare, per controllare, per vedere la realtà da una distanza di sicurezza, per farci prendere le decisioni finali in maniera distaccata anche quando sta venendo attaccato il nostro stesso paese. Inoltre, l’utilizzo ossessivo della macchina a mano e di obiettivi zoom che ricordano, dal movimento più netto e meno morbido delle ottiche cinematografiche, le riprese televisive come se tutto quello che vedessimo fosse una visto in una diretta.
La critica più aspra sentita più volte fatta nei confronti del film risiede proprio nel finale, nella decisione delle non decisioni. Senza cercare di rovinare il racconto, che si basa moltissimo sulla tensione, quello che mi vien da dire è che la regista ha deciso di raccontare una questione specifica, di raccontare un certo sistema decisionale e di come tutto possa crollare in fretta. Dopo essere riuscita a mostrare tutto questo in maniera magistrale non resta che spegnere i riflettori.
Ultimo appunto: nel film viene fatto riferimento ad un incidente di quando l’URSS scambiò uno stormo di uccelli per un ICBM (Interncontinental Ballistic Missile). In quel caso, se non è stata fatta partire la controffensiva (la retalation) e la fine del mondo, è perché di quelle 3 persone che dovevano autorizzare, solo uno decise di non agire.
di Paolo Massimo Pastore
