La forma dell’anima – “Frankenstein” di Guillermo Del Toro

Durante l’82° Mostra del cinema di Venezia assistiamo al più grande insegnamento che il maestro Guillermo Del Toro potesse darci. Con il suo personalissimo adattamento del Frankenstein di Mary Shelley, firma un’opera ben diversa dal tentativo fallito di Eggers con la sua proposta del Nosferatu.

Ogni fotogramma trasuda amore per il cinema, per la letteratura gotica, per l’arte e la creatività, a tal punto da aver la sensazione di star navigando nella mente del regista, il quale, da bambino, sognava il momento in cui creare il proprio mostro, perduto nel dolore e nella poesia di cui quelle pagine sono intrise.

L’immenso lavoro che è dietro ogni scenografia o abito è palpabile, ma ciò che più stupisce è l’idea alla base della creatura e la sua caratterizzazione. Affidata ad un eccezionale Jacob Elordi, che qui trova finalmente un ruolo in cui brillare, essa ricorda moltissimo l’essere de La Forma dell’Acqua, i suoi colori, le movenze e i comportamenti, regalando allo spettatore scene di pura bellezza ed empatia. Inoltre, il gusto sull’uso del colore non è rimasto invariato dal film premio Oscar del 2018, tant’è che l’atmosfera oscura che si immaginava avrebbe rivestito il film lascia spazio ad un’aura favolistica, più malinconica, piena di citazioni e rimandi alla filmografia del regista.

Il Frankenstein di Guillermo Del Toro è un’esperienza cinematografica immersiva, che va esperita obbligatoriamente su un grande schermo e nel buio della sala. Forse non verrà apprezzato da tutti per il gusto narrativo o per il genere, ma ci si può indubbiamente abbandonare ad un’affermazione: che piaccia o no, solo un regista artisticamente competente e visionario come Del Toro poteva dar vita ad una tale perla.

di Gabriele Agostinoni

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