Schermo nero. Titoli di testa. Free jazz e Woody Allen. In molti ricorderanno quelle scritte color panna scorrere sullo schermo come se nulla fosse, in maniera classica, ritmica, a tempo di musica. Invece no. Questa è l’arte di Luca Guadagnino. E’ il suo personale trasformismo registico che riesce a passare dalla delicata ed elegante indole del “Windsor Light Condensed” alla tagliente sceneggiatura di Nora Garrett. Questo è Guadagnino. Questo è After The Hunt, un’esamina complessa sulla società odierna che non ha paura di scomodare lo spettatore, anzi lo spinge giù dalla poltrona e lo costringe a ragionare.
Più volte abbiamo visto il personale free jazz del regista, capace di spaziare tra diverse forme e registri e sbaragliando sempre, nel bene o nel male, le aspettative. Come nel suo rinomato Challengers, Guadagnino non ha perso interesse agli accesi scambi di battuta tra i personaggi, confermando il suo gusto verso allusive situazioni carnali e a precari rapporti sentimentali. Dall’horror psicologico Bones and All agli struggenti Call Me By Your Name e Queer, Guadagnino conta nella sua carriera lungometraggi di vario genere, sempre a caccia del soggetto o della storia giusta da attaccare, come in questa sua ultima fatica in cui la preda siamo tutti noi e in cui la fame non conta più. Ora interessa la gola, la voglia recondita di fare tana a tutti, senza risparmiare nessuno.
Un ticchettio è tutto ciò che sentiamo all’inizio di After The Hunt. Siamo vicini allo scadere del tempo di qualcosa, ma ancora non ne siamo a conoscenza. Seguiamo la professoressa Alma Olson (qui interpretata da una nuova Julia Roberts) nella sua routine quotidiana, dalla dolce sveglia del marito (un sottovalutatissimo Michael Stuhlbarg) sino ad una cena in casa con colleghi e studenti. E’ in questa dinamica che la storia prende fuoco, ancor prima di scoprire il plot point. Un salotto, dei divani, personaggi il più possibile diversi tra loro, in cui figurano altri due protagonisti della storia, la studentesse pupilla della Olson, Maggie (Ayo Edebiri), e il collega amico di una vita “Hank” Gibson (un Andrew Garfield come non lo avete mai visto). Pareri, pensieri, ragionamenti e menzioni filosofiche, Guadagnino ci racconta il film in questi pochi minuti di dibattito. Ci parla di patriarcato, di maschilismo, di vittimismo e bugie, proprio un attimo prima del balzo: la sera seguente, infatti, Maggie confida alla nostra protagonista un evento terribile, muovendo accuse di molestie ai danni del collega e amico della docente.
Il free jazz di Guadagnino si manifesta in ogni comparto tecnico e artistico del lungometraggio: la bravura di Andrew Garfield viene riscoperta e valorizzata con un ruolo estremamente distante dai suoi precedenti, così come il personaggio di Julia Roberts che dopo Osage County può tornare ad ambire ad un ruolo di rilievo nella award season, mentre Stulhbarg si conferma l’attore feticcio del regista a cui affidare i ruoli, probabilmente, più interessanti. Ciò che non convince (o forse infastidisce) è il personaggio di Ayo Edebiri: attrice scoperta da Hulu nella serie The Bear, non risplende in questo ruolo, facendo rimpiangere l’altrettanto promettente Taylor Russel già vista nel cinema di Guadagnino come cannibale. Stupisce invece il duo Reznor-Ross nella produzione della musica e nella scelta dei brani, dando vita ad una colonna sonora intrigante e misteriosa, coadiuvata dalla messa in scena registica sempre di livello.
Ciò che si ha davanti è un costante interrogatorio interiore che chi è seduto in poltrona è costretto a fare con se stesso. Un continuo punto interrogativo su privilegio e silenzio, sulla suscettibilità giovanile e l’inadeguatezza altrui. Un film che crea discussione, conversazione, che elogia e allo stesso tempo distrugge il cinema nel suo crear disordine, nel suo rielaborare quel così attuale concetto che è il politicamente corretto in cui nessuno viene risparmiato, in cui, a fine proiezione, non sappiamo più se essere assolti o condannati.
di Gabriele Agostinoni

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