In un’analisi in tre atti Jim Jarmusch mette a nudo i rapporti intrafamiliari e svela la predestinata somiglianza che lega un figlio al proprio genitore. I capitoli incasellati e divisi si imitano l’un l’altro svelando come i meccanismi famigliari si ripetano con una logica su cui l’uomo sembra non aver potere.
Nel primo capitolo ”Father”, vediamo un Tom Waits raggrinzito accogliere i suoi due figli (Adam Driver e Mayim Bialik): si capisce fin dalle prime conversazioni che il rapporto con i due non è stato dei migliori e nei loro occhi si comprendono le dinamiche familiari che caratterizzeranno tutta l’opera. Nel secondo capitolo “Mother”, infatti, nonostante cambi il volto degli attori (Charlotte Rampling, Cate Blanchett e Vicky Krieps), i rapporti che li uniscono sono sempre gli stessi: stavolta abbiamo una madre fredda e non più un padre, ma i figli si mostrano ciclicamente nelle loro diversità e somiglianze nel momento del contatto con il genitore. Uno dei due figli ne è sempre più simile e ne coglie la freddezza e la falsità, quelle stesse caratteristiche che gli appartengono visceralmente, mantenendosi sempre più distaccato mentre l’altro pende dalle labbra del genitore in una continua ricerca di approvazione e affetto. È solo nel terzo capitolo “Sister Brother” che il Jarmusch da bar e sigaretta e in una continua alterazione estetica si presenta al pubblico. Non è sicuramente lo stesso di Daunbailò o di Stranger Than Paradise, ma questo profondo vuoto emotivo che lo ha sempre caratterizzato spicca terribilmente nell’ultimo capitolo dell’opera, un vuoto che non è solo metaforico ma reale e intenso. In “Sister Brother” seguiamo la storia di due gemelli afroamericani (Indya Moore e Luka sabbat) che allontanandosi dalla freddezza Nord Americana e Irlandese, cercano di superare la morte dei loro genitori in una New York viva e rumorosa. Si ripetono anche qui i giochi del destino che palesi o velati muovono i rapporti di tutti i personaggi della pellicola.
Il continuo rimando ad un Rolex falso oppure no. Assurdi discorsi sull’acqua. Spaesanti viaggi in macchina che permettono di scoprire i personaggi prima del loro incontro, creando false aspettative e aumentando così il classico effetto jarmuschano che imbarazza, diverte e confonde lo spettatore allo stesso tempo. Un filo rosso tessuto minuziosamente che fa di questi tre cortometraggi un film unico in cui ogni capitolo è fondamentale per la comprensione degli altri due, riprendendo e omaggiando lo schema già proposto nel suo Coffe and Sigarettes.
Lo sguardo di Jarmusch appare meno caustico e più maturo nel cogliere la quotidianità con occhio minimalista (similmente a come visto in Paterson), trasponendo questa realtà con uno degli stili più in voga del cinema moderno: la commedia indie americana. Jarmusch con quest’opera forse ci vuole dire qualcosa in più rispetto a una casuale scelta dello stesso colore nel vestiario, forse in modo intimo e segreto viviamo secondo costrutti e regole genetiche e predestinate che supereremo solo accettandole.
Can you toast with tea tought?
di Alessandro Paniccia

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