Copia non originale – “Jay Kelly” di Noah Baumbach

Jay Kelly.

J. K.

George Clooney.

Quel dolce suono che tanto abbiamo sentito posarsi sulle nostre labbra negli anni è il protagonista dell’ultima fatica di Noah Baumbach che, dopo l’adattamento del celebre romanzo di DeLillo White Noise, torna con un soggetto originale (se così si può dire) per incantare il pubblico internazionale e avvicinarsi a quella Hollywood che forse non lo ha mai veramente considerato.

Un meraviglioso piano sequenza ci presenta la realtà di Jay Kelly, attore sulle luci della ribalta in preda ad una crisi di mezza età. L’ordinarietà del protagonista interpretato da George Clooney dura solo fino ad un incontro inaspettato con un suo amico d’infanzia. La scena dà il via alla storia, ma mette un punto a ciò che di interessante aveva da offrire il film.

L’entusiasmo infatti dura poco: ciò che segue non sembra altro che un delirio macchiettistico e reiterato di tanti altri soggetti già raccontati da molti registi prima di Baumbach. Anche nel recente cinema si è passato da personaggi e situazioni simili a quelle raccontate in Jay Kelly, come Inarritu ci mostrava nel suo Bardo o Guadagnino con il recentissimo Queer. Lo spazio si deforma in funziona di un ricordo, mentre il suo protagonista appare in uno stato di incosciente malinconia. In questo muoversi tra un vagone e l’altro della vita, George Clooney non riesce a creare un personaggio migliore di quello che Baumbach è stato in grado di scrivere, non aiutato oltretutto da una regia non più motivata come negli iniziali 20 minuti di film. La scena con l’amico d’infanzia, infatti, interpretato da un bravissimo Billy Cudup, ha un pensiero registico alle spalle molto interessante: è un semplice dialogo a tavolino, in un bar. La regola dei 180 gradi viene infranta dopo il twist a metà scena, in cui l’amico si rivela per quel che è realmente, un rivale, un nemico. Una soluzione, semplice e pericolosa (nel 2025?) ma che cattura l’attenzione dello spettatore, illudendo però che il film continui su questa linea trasgressiva.

In una scena verso la chiusura dell’ultimo atto, Clooney continua a ripetere “Jay Kelly” di fronte ad uno specchio, ma ciò che noi sentiamo è solo “George Clooney”. Nulla più. Nulla di più in un film che vuole essere qualcos’altro, che vuol avvicinarsi a tante cose che Baumbach ha visto di estraneo al suo amato cinema statunitense ma a cui forse mai potrà avvicinarsi. Nel film rivediamo infatti tanto Guadagnino, Inarritu e anche tanto Sorrentino, riproposto in un debole adattamento dell’iconica scena d’apertura de La Grande Bellezza che sempre più ci fa capire quanto di originale hanno da raccontare i giovani registi lasciati inascoltati per anni e che poi vengono scoperti solo sulla soglia dei 40 e chiamati poi “giovani registi”.

di Gabriele Agostinoni

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