Sappiamo ancora fare cinema horror in Italia? – “La Valle dei Sorrisi” di Paolo Strippoli

Paesini in montagna, culti, fanatismo, santità, il sovrannaturale.

Distribuito da Vision e presentato fuori concorso a Venezia, La valle dei sorrisi è il secondo film e mezzo di Paolo Strippoli, già autore di Piove e co-regista di A Classic Horror Story. Il regista, per ricreare un setting più stretto e soffocante, lo ambienta in un paesino immaginario nascosto tra le montagne di nome Remis il cui significato, alludendo all’espressione francese “remise en forme”, si collega implicitamente all’obiettivo che ha il protagonista Sergio, rimettersi appunto in forma.

Sergio, interpretato in maniera acuta da Michele Riondino, è stato trasferito a Remis per lavoro e tenta di riprendersi da un grave trauma, ma qui la sua mente, costretta a rapportarsi con il soprannaturale,sarà trascinata in una spirale di follia estremamente umana. Appena arrivato, il paese gli dà l’impressione di un luogo idilliaco, dove scopre che la felicità degli abitanti è legata ad un rituale segreto e inquietante che coinvolge Matteo, un ragazzino in grado di assorbire il dolore altrui con un abbraccio. In realtà la felicità che deriva dal rituale serve a non far pensare e a non affrontare il dolore fino a creare una sorta di dipendenza; chi usufruisce del “miracolo” risulta simile a un tossicodipendente in crisi di astinenza come è evidente dal gesto di grattarsi convulsamente. Quel che in generale il film cerca di dirci è che la capacità di andare avanti e superare i traumi deriva dall’affrontarli e che la crescita e la bellezza umana si costruisce con l’ascolto e stringendo continuamente patti con il dolore senza cercare di anestetizzare le nostre emozioni come, sempre più spesso, ci chiede la società.

Attraverso l’utilizzo di una scrittura chiara e semplice, pur senza grandi fronzoli, il film risulta particolarmente efficace: riesce a trasmettere i temi della costruzione dell’identità, della manipolazione e dello sfruttamento, eccezion fatta per il finale forse troppo didascalico. Il genere horror scelto dal regista per indagare la psicologia umana e la società, l’ambientazione di lovecraftiana memoria e l’ottimo comparto tecnico relativo all’audio e alla fotografia riescono ad essere giustamente orchestrate per creare un clima di tensione perturbante. Rimane pregevole l’interpretazione di Riondino nel ruolo di protagonista. La produzione, infatti, non ha nulla di che invidiare alle sue controparti estere come Weapons (USA, 2025) di Zach Cregger o Mads (Francia, 2024) di David Moreau.

Dunque, il film presenta una particolare dicotomia. Da una parte la pellicola, nella sua accezione positiva, ci fa dimenticare di essere un film italiano: le riprese sono pulite, raffinate e le interpretazioni degli attori non sono spropositate. Dall’altra invece, ci ricorda profondamente le sue origini cinematografiche fatte di case stregate, di religione fanatica, di santi e di chi quei santi li vuole trattare come puttane. La storia è specifica, ma proprio grazie a certe caratteristiche rimane universalizzabile con la trasfigurazione di pochi elementi.

Il regista ci porta a pensare che un cinema horror italiano di alto spessore esiste e ci dimostra anche che ce n’è bisogno e che gli spettatori sono disposti ad andare in sala a vederlo. Un cinema horror che in questi decenni è nuovamente un genere che fa da laboratorio artistico. Strippoli sa intercettare quest’onda come già hanno fatto grandi registi del genere come Robert Eggers, Ari Aster o Oz Perkins. Quello che purtroppo manca e di cui c’è bisogno sono produttori e distributori italiani più coraggiosi.

Siamo ancora in grado di fare un cinema horror di qualità in Italia? Direi proprio di sì.

di Paolo Massimo Pastore

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